Un profeta tra cielo e inferno

William Blake visionario e preromantico in 300 opere

Due suoi dipinti, «The Spiritual Form of Nelson Guiding Leviathan» (1805-9) e «The Spiritual Form of Pitt Guiding Behemoth» (1805 ca), saranno oggetto (o vittime) di ingrandimenti digitali, ma va detto che l’autore, il quale non difettava di manie di grandezza, avrebbe desiderato per quelle opere un analogo monumentale sviluppo ad affresco. Questo accadrà dall’11 settembre al 2 febbraio, date di un’attesa retrospettiva dedicata a William Blake (1757-1827) dalla Tate Britain, museo che ne conserva un congruo numero di opere. Trecento quelle in mostra, tra dipinti, lavori su carta (acquerelli, tempere, disegni e incisioni) ed edizioni dei testi poetici scritti o illustrati con poliedrica prolificità. L’allestimento include la ricostruzione della stanzetta ricavata nel negozio del fratello in Broad Street presso Golden Square, nella quale, nel 1809, espose 16 sue opere, accompagnate da un prezioso catalogo. La mostra fu un flop ed ebbe come ulteriore conseguenza l’espulsione dell’artista dalla Royal Academy per aver esposto privatamente i suoi lavori. Ma neanche una catastrofe poteva scalfire l’infuocata passione di Blake, uno dei grandi visionari, eccentrici, eretici e mistici che hanno turbato il Secolo della Ragione. Dieci anni di apprendistato giovanile come incisore nella bottega di Isaac Basire lo avevano forgiato ai segreti della tecnica e alla fatica sottesa all’arte e soprattutto ne avevano rafforzato la familiarità con i libri: la Bibbia e la Divina Commedia erano tra i suoi preferiti (alle Cantiche dantesche si sarebbe dedicato come geniale illustratore sino ai suoi ultimi giorni), ma divorava anche Omero, Milton e Voltaire. Dante e Milton coabitano in The Marriage of Heaven and Hell, sorta di poema in prosa che Blake compose tra il 1790 e il 1793. Gnosticismo e neoplatonismo erano soltanto due degli ingredienti di una personalità spiritualmente complessa, creatrice di un immane work in progress (come notava Giuliano Briganti nelle pagine a lui dedicate in I pittori dell’immaginario) capace di creare una propria religione in cui la Bibbia s’intrecciava con il mito e l’epica dei Greci. Nella mente di questo gigante del preromanticismo, l’ammiraglio Nelson e il primo ministro William Pitt potevano appunto trasfigurarsi in miti viventi, giacché avevano combattutto la Francia postrivoluzionaria. Blake, che in principio era stato un convinto sostenitore delle Rivoluzioni francese e americana, inorridì quando la prima degenerò nel Terrore. Ecco allora che Pitt, nella sua visione, ordinò alla Grande Mietitrice di raccogliere le vite dalla terra comandando il biblico Behemoth (non ancora il gattone dispettoso di Bulgakov ma l’Ippopotamo allegoria del caos). La mostra si apre con «Albion Rose» (1793 ca), raffigurazione mitica della nascita dell’Inghilterra e include in una sezione i libri alacremente illustrati da questo ammiratore di Michelangelo, nei quali il suo talento poetico s’intrecciava con quello di artista visivo, a partire da Songs of Innocence and of Experience (1789-94). Visionario anche nella sperimentazione tecnica, Blake aveva introdotto il procedimento, per la realizzazione dei testi, dell’incisione a rilievo, ribaltando quello calcografico e ottenendo matrici stampabili con la più rapida «rullata» del tipografo. Tra le chicche esposte, un autoritratto a penna acquistato nel 1974 da un collezionista statunitense; il foglio fa dunque il suo temporaneo ritorno in Gran Bretagna, dove il volto di Blake è popolare anche in virtù della maschera mortuaria di proprietà della National Portrait Gallery di Londra, capace di ossessionare un altro possibile antenato di Hirst, il pittore Francis Bacon.

Franco Fanelli