Selvaggia e selvatica l’amazzone russa

Firenze. Dopo una performer contemporanea, Marina Abramovic (cfr. n. 389, set. ’18, p. 42) Palazzo Strozzi fa un salto a ritroso, nelle avanguardie storiche, con «Natalia Goncharova. Una vita all’avanguardia» (dal 28 settembre al 12 gennaio) a cura di Ludovica Sebregondi, Fondazione Palazzo Strozzi, Matthew Gale e Natalia Sidlina, curatori della retrospettiva alla Tate Modern dedicata all’artista russa (quindi in collaborazione col museo inglese, ma con alcune specificità rispetto alla mostra londinese; cfr. n. 398, giu. ’19, Il Giornale delle Mostre, p. 60). «È selvaggia e selvatica, scriveva di lei la poetessa Marina Cvetaeva, dalla selvaggia che è in lei viene la gioia, dalla selvatica la timidezza». Nata nel 1881, austera e riservata, moglie di Mikhail Larionov (un sodalizio artistico che prosegue negli anni a Parigi, dove morirà nel 1962) la Goncharova è pittrice spregiudicata (sequestrati nel 1910 alcuni suoi nudi femminili esposti alla mostra «Società di Libera Estetica», tra cui «La dea della fertilità»), ma anche costumista, illustratrice, grafica, scenografa, decoratrice, stilista, attrice cinematografica, ballerina e artista performativa ante litteram. «L’arte del mio Paese è incomparabilmente più profonda di tutto ciò che conosce l’Occidente», asseriva, pur accogliendo con sapienza sollecitazioni dell’arte europea tra ’800 e ’900. La mostra si concentra proprio sugli anni cruciali dell’affermazione internazionale, a seguito della partecipazione al Salon d’Automne di Parigi del 1906 e alla prima esibizione del gruppo Der Blaue Reiter, tenutasi a Monaco nel 1911. Procedendo per sezioni tematiche, quali la mostra monografica del 1913, l’incontro col modernismo, la pittura religiosa, l’impegno nel teatro, si trova quella dedicata al soggiorno italiano (1916-17), dove entra in contatto con Marinetti e i maggiori  intellettuali del tempo. Tra i numerosi confronti proposti, da Gauguin a Matisse, da Derain a Picasso, vi è infatti quello con i futuristi italiani, tra cui gli studi per «Dinamismo di un ciclista» di Boccioni e il «Ciclista» della Goncharova. A quel momento si riferiscono due opere rare: «Gli Evangelisti», mai più esibito da allora, e «Il Salvatore», totalmente inedito, donato all’artista boema Rougena Zátková. Nella foto, «Il vuoto» (1913), Mosca, Galleria Statale Tretjakov.

Laura Lombardi