Metti l’Italia in banca

Gli anni Sessanta e Settanta nelle collezioni Intesa Sanpaolo

Pistoia. Nel 1972 l’allora venticinquenne Giuseppe Penone conficcò a colpi di mazza in un giovane albero nei boschi della natia Garessio un cuneo di metallo, con il suo nome e la data dell’azione: crescendo, nei progetti dell’artista, il tronco avrebbe inglobato quel corpo estraneo, facendolo suo. «Scrive, legge, ricorda»: questo il titolo dell’opera destinata a diventare uno dei simboli dell’Arte povera. Che Penone avesse capito che almeno due delle attività citate nel titolo un giorno sarebbero state praticate quasi esclusivamente dagli alberi, in un Paese, l’Italia, destinata a precipitare nelle classifiche mondiali del numero di lettori e con tutta evidenza cronicamente immemore? Sta di fatto che ora quel lavoro è incluso in una mostra intitolata «Italia moderna 1945-1975. Dalla ricostruzione alla contestazione». La rassegna curata da Marco Meneguzzo è stata suddivisa in due capitoli (cfr. n. 397, mag. ’19, Il Giornale delle Mostre, p. 4) e quello che si apre dal 13 settembre al 17 novembre a Palazzo Buontalenti è il secondo; con sottotitolo «Il benessere e la crisi», ha il suo inizio con il 1960. Dopo un primo capitolo in cui trapelava, nel messaggio di alcuni autori, l’idea dell’arte come impegno civile, anche nelle sue forme non iconiche, l’ultimo quindicennio della cronologia rivela per indizi uno specchio della storia recente del nostro Paese: sia pure forzando un po’ i termini della questione, non pare casuale un insistente sguardo rivolto a una natura e a un paesaggio già largamente insidiati dalla cementificazione e dall’industrializzazione da parte della generazione immediatamente successiva alla Pop art: ecco lo «Scoglio» in legno di Pino Pascali (che aveva offerto poetiche interpretazioni del mare e del totemismo racchiuso negli attrezzi agricoli); i «Cocomeri» in poliuretano di Piero Gilardi, artista profondamente impegnato sul fronte politico; il citato dialogo con la natura riaperto da Penone e dallo stesso Mario Merz (in mostra con un’opera grafica imperniata sulla progressione numerica di Fibonacci). Non che negli studi degli artisti aleggiasse chissà quale palpito ambientalista, ma certo il ritorno alla primarietà della morfologia e dello sviluppo naturali rappresentò la subitanea risposta alla Pop art fiorita di Piazza del Popolo (Tano Festa e Giosetta Fioroni tra gli espositori), alla quale è riservata l’ouverture di questo secondo capitolo. Una cinquantina i lavori in mostra, tutti provenienti dalla collezione Intesa Sanpaolo. Ma in rassegne di questo tipo forse è più interessante, invece di tentare di ricostruire un percorso per successive opposizioni e  superamenti, cogliere certi passaggi di testimone, e pazienza per le etichette: quanto è ancora pop, ancorché ritagliata nel cuoio, la nostra Penisola in «De Italia» di Fabro? E perché un artista come Marco Gastini, che negli anni del Poverismo indagava i rarefatti territori della Pittura analitica (in questa fase è documentato nella collezione esposta) passa a elementi naturali o di recupero, cioè neopoveristi, quando tutti riscoprivano tele e pennelli, sul finire degli anni Settanta? Dalla raccolta Intesa Sanpaolo emerge un forte nucleo di pittura aniconica, dal cinetismo alle ricerche sul segno, dal monocromo sino a versanti vicini al Minimalismo (da Nigro a Pinelli, da Bonalumi a Vermi, da Dadamanino a Grazia Varisco, da Biasi a Bice Lazzari) cui fa da contraltare una rappresentativa di quella particolare intonazione del Concettualismo offerta dagli artisti italiani, dall’«installazione colta», riflessione sull’atto stesso dell’esporre, di Giulio Paolini, a Fluxus (Giuseppe Chiari). Non mancano le attuali star del mercato (Manzoni, Boetti), c’è Kounellis ancora pittore di lettere e numeri, ma ci sono anche i grandi eccentrici, come Luca Maria Patella e Aldo Mondino. C’è l’utopia della Poesia visiva (Miccini) e, con un Salvo del 1971, ci sono i primi embrionali segni di quello che in Italia sarà, paradossalmente, un momento di radicale contestazione (al dogma concettualista) e nel contempo una sorta di ritorno all’ordine (oltre che alla pittura, con la Transavanguardia e dintorni). Saremo allora in pieno riflusso delle utopie e in fase di spietato neocapitalismo, a dimostrazione che le coincidenze tra libertà nell’arte e libertà nella vita reale sono molto più complesse di quanto si pensi. 

q Franco Fanelli

Pistoia. Nel 1972 l’allora venticinquenne Giuseppe Penone conficcò a colpi di mazza in un giovane albero nei boschi della natia Garessio un cuneo di metallo, con il suo nome e la data dell’azione: crescendo, nei progetti dell’artista, il tronco avrebbe inglobato quel corpo estraneo, facendolo suo. «Scrive, legge, ricorda»: questo il titolo dell’opera destinata a diventare uno dei simboli dell’Arte povera. Che Penone avesse capito che almeno due delle attività citate nel titolo un giorno sarebbero state praticate quasi esclusivamente dagli alberi, in un Paese, l’Italia, destinata a precipitare nelle classifiche mondiali del numero di lettori e con tutta evidenza cronicamente immemore? Sta di fatto che ora quel lavoro è incluso in una mostra intitolata «Italia moderna 1945-1975. Dalla ricostruzione alla contestazione». La rassegna curata da Marco Meneguzzo è stata suddivisa in due capitoli (cfr. n. 397, mag. ’19, Il Giornale delle Mostre, p. 4) e quello che si apre dal 13 settembre al 17 novembre a Palazzo Buontalenti è il secondo; con sottotitolo «Il benessere e la crisi», ha il suo inizio con il 1960. Dopo un primo capitolo in cui trapelava, nel messaggio di alcuni autori, l’idea dell’arte come impegno civile, anche nelle sue forme non iconiche, l’ultimo quindicennio della cronologia rivela per indizi uno specchio della storia recente del nostro Paese: sia pure forzando un po’ i termini della questione, non pare casuale un insistente sguardo rivolto a una natura e a un paesaggio già largamente insidiati dalla cementificazione e dall’industrializzazione da parte della generazione immediatamente successiva alla Pop art: ecco lo «Scoglio» in legno di Pino Pascali (che aveva offerto poetiche interpretazioni del mare e del totemismo racchiuso negli attrezzi agricoli); i «Cocomeri» in poliuretano di Piero Gilardi, artista profondamente impegnato sul fronte politico; il citato dialogo con la natura riaperto da Penone e dallo stesso Mario Merz (in mostra con un’opera grafica imperniata sulla progressione numerica di Fibonacci). Non che negli studi degli artisti aleggiasse chissà quale palpito ambientalista, ma certo il ritorno alla primarietà della morfologia e dello sviluppo naturali rappresentò la subitanea risposta alla Pop art fiorita di Piazza del Popolo (Tano Festa e Giosetta Fioroni tra gli espositori), alla quale è riservata l’ouverture di questo secondo capitolo. Una cinquantina i lavori in mostra, tutti provenienti dalla collezione Intesa Sanpaolo. Ma in rassegne di questo tipo forse è più interessante, invece di tentare di ricostruire un percorso per successive opposizioni e  superamenti, cogliere certi passaggi di testimone, e pazienza per le etichette: quanto è ancora pop, ancorché ritagliata nel cuoio, la nostra Penisola in «De Italia» di Fabro? E perché un artista come Marco Gastini, che negli anni del Poverismo indagava i rarefatti territori della Pittura analitica (in questa fase è documentato nella collezione esposta) passa a elementi naturali o di recupero, cioè neopoveristi, quando tutti riscoprivano tele e pennelli, sul finire degli anni Settanta? Dalla raccolta Intesa Sanpaolo emerge un forte nucleo di pittura aniconica, dal cinetismo alle ricerche sul segno, dal monocromo sino a versanti vicini al Minimalismo (da Nigro a Pinelli, da Bonalumi a Vermi, da Dadamanino a Grazia Varisco, da Biasi a Bice Lazzari) cui fa da contraltare una rappresentativa di quella particolare intonazione del Concettualismo offerta dagli artisti italiani, dall’«installazione colta», riflessione sull’atto stesso dell’esporre, di Giulio Paolini, a Fluxus (Giuseppe Chiari). Non mancano le attuali star del mercato (Manzoni, Boetti), c’è Kounellis ancora pittore di lettere e numeri, ma ci sono anche i grandi eccentrici, come Luca Maria Patella e Aldo Mondino. C’è l’utopia della Poesia visiva (Miccini) e, con un Salvo del 1971, ci sono i primi embrionali segni di quello che in Italia sarà, paradossalmente, un momento di radicale contestazione (al dogma concettualista) e nel contempo una sorta di ritorno all’ordine (oltre che alla pittura, con la Transavanguardia e dintorni). Saremo allora in pieno riflusso delle utopie e in fase di spietato neocapitalismo, a dimostrazione che le coincidenze tra libertà nell’arte e libertà nella vita reale sono molto più complesse di quanto si pensi. 

Franco Fanelli