La pazienza delle donne

Firenze. Dal 1968 a Parigi e in altre città la performer francese Orlan impiega una propria unità di misura, l’«orlan-corps», per valutare la lunghezza delle strade che percorre camminando carponi. Scopre così che le vie più importanti e centrali sono prerogativa degli uomini famosi. Orlan è un’esponente della Body art, movimento che riunisce al suo interno numerose artiste e «sdogana» la creatività femminile, fino ad allora ritenuta una «virtù» esclusivamente maschile. È dunque un invito a riflettere su questi temi la mostra curata da Monica Cardarelli della galleria romana Laocoonte, che dal 16 settembre al 2 ottobre, in concomitanza con la Biennale Internazionale di Antiquariato, occupa uno spazio in piazza San Felice 10r, nei pressi di Palazzo Pitti. «XX il genere femminile nell’arte del ’900 italiano» è presentata in catalogo da Cecilia Del Re, assessora del Comune di Firenze, e introdotta dagli scritti di Barbara Alberti e di Marco Fabio Apolloni. Un centinaio le opere esposte, eseguite tra la fine dell’Ottocento e la seconda metà del Novecento, sempre di matrice figurativa; molte di mano di artisti, da Adolfo De Carolis a Enrico Prampolini, meno di artiste. «Disegnate, dipinte, modellate o scolpite tutte hanno posato, pazienti e immobili, spiega con divertita ironia la Cardarelli. Pazienti, secondo l’etimologia originaria, sono coloro che patiscono, che sopportano la sofferenza con calma e compostezza, con pazienza appunto». Spiccano un trittico di Giulio Aristide Sartorio, «Le Vergini Savie e delle Vergini Stolte» (1891), nel quale la moglie di D’Annunzio è ritratta con altre dame in un’ideale immagine di donna angelicata; un impudente bronzo di Libero Andreotti, «Donna con levriero» (1908), mostra un cane così irruento nelle feste alla padrona, da farle scivolare il vestito e svelare la sua nudità. Tra le artiste si notano Adriana Bisi Fabbri, cugina di Boccioni, autrice di un «Autoritratto rosa shocking», Marisa Mori, allieva di Casorati e poi futurista, con un luminoso bozzetto, «Donna che legge in riva al mare», e Margherita Vanarelli, che compone un collage polimaterico celebrante una moderna casalinga che non riesce ancora a sottrarsi a un destino sociale di marginalità (1963, nella foto). 

Francesca Romana Morelli