Innamorato dell’antico

Luca Signorelli per la prima volta a Roma

Prosegue sino al 3 novembre, ai Musei Capitolini, nelle sale di Palazzo Caffarelli, «Luca Signorelli a Roma. Oblio e riscoperte», curata da Federica Papi e Claudio Parisi Presicce, prima esposizione a Roma interamente dedicata al pittore toscano. Oltre sessanta opere, tele, disegni, sculture e documenti, tra cui 15 dipinti autografi del Cortonese, compongono la mostra che, precisano i curatori, non si propone di offrire una «rassegna completa dell’attività del maestro, ma di cogliere un aspetto meno indagato: l’impatto con le antichità romane e soprattutto con la statuaria classica», da cui principalmente deriva l’inclinazione di Signorelli, lodata da Vasari, «di fare gli gnudi sì bene da farli parere vivi». 

Il pittore, nato a Cortona nel 1450, giunse nell’Urbe sotto Sisto IV, chiamato a prender parte all’impresa pittorica più rilevante dell’intero Quattrocento: il cosiddetto ciclo sistino in Vaticano (1481-82). Signorelli affresca l’episodio del «Testamento e morte di Mosè», pitture «tenute le migliori», ancora secondo Vasari, dagli stessi artisti all’opera nella Cappella Sistina. Partendo da Roma Signorelli reca con sé l’eco delle vestigia del passato: statue, architetture, rovine, rievocate ad esempio nella pala del «Martirio di san Sebastiano» (1498 ca), dalla Pinacoteca di Città di Castello, restaurata per l’occasione, e connotata sullo sfondo dal Colosseo e dall’Arco di Costantino. A questo dipinto guarderà Raffaello, che in un disegno, pubblicato nel ricco catalogo della mostra, riprodurrà la figura di uno degli arcieri. Paradossalmente, proprio la venuta a Roma di Raffaello, che insieme a Michelangelo ammira Signorelli, sarà il motivo dell’insuccesso del secondo soggiorno romano (1508) del Cortonese. Signorelli, messo in ombra dai due maestri della Maniera moderna, verrà riscoperto solo alla fine del Settecento. La sua originalità compositiva e la sua tenue grazia, celebrate in seguito da puristi e preraffaelliti, sono evidenti in opere qui in esposizione, come la «Madonna col Bambino» (1491-93), di collezione Pallavicini-Rospigliosi, o la «Madonna col Bambino» (1505-07) dal Metropolitan di New York, dal fondo oro decorato con smalti, a imitazione di un parato in cuoio dorato o di un vetro istoriato. 

Arianna Antoniutti