Doris non dimentica

Lubecca. Nella città natale di Thomas Mann c’è una sensibilità particolare per l’arte contemporanea, ma non per le inutili provocazioni: è un’arte che deve far riflettere e che cerca risposte non solo estetiche ai quesiti fondamentali del nostro tempo. Il tema del femminile ha dominato le ultime grandi mostre organizzate in città così, dopo la personale madre-figlio di Jonathan Meese, ecco l’attesa «Tabula rasa», dall’8 settembre al 3 novembre alla Kunsthalle St-Annen, dell’artista colombiana Doris Salcedo a cui viene conferito il 7 settembre, in apertura di mostra, il Premio Possehl che consiste in un assegno di 25mila euro e nella possibilità di esporre nel museo d’arte più rinomato della città anseatica. Quella della Salcedo (1958) è un’arte, come dicono i tedeschi, «gegen das Vergessen» (contro l’oblio), che si fa strumento della memoria e per la narrazione delle scomode storie delle vittime dei regimi e delle guerre, anzitutto donne e bambini. In Colombia oramai da 50 anni va avanti un sanguinoso conflitto civile che vede perpetrarsi violenze senza fine, stupri, torture, sparizioni: le installazioni dell’artista di Bogotà sono antimonumenti di grande impatto emotivo, volte a trasportare il pubblico al livello emozionale delle vittime silenti che spesso ha chiamato a collaborare alla loro creazione, usando snaturati oggetti d’una quotidianità tabula rasa di umanità. Nella foto, «Plegaria muda», 2008-10.

Francesca Petretto