Ammaliati dall’Oriente

A Palazzo Roverella la grande onda del Giapponismo nell’arte europea tra ’800 e ’900

Rovigo. Un refolo d’aria, petali di mandorlo, l’odore del mare nell’impennarsi dell’onda, il battito lieve dei ventagli: nell’Europa del secondo Ottocento, i «venti d’Oriente» arrivarono così, delicati e pervasivi. Ce lo racconta, con 280 pezzi accuratamente selezionati tra opere grafiche, dipinti e arti decorative, la mostra «Giapponismo. Venti d’Oriente nell’arte europea. 1860-1915» proposta dal 28 settembre al 26 gennaio a Palazzo Roverella dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, ente che in sinergia con il Comune e l’Accademia dei Concordi offre al pubblico un evento espositivo di qualità rara per ricercatezza e originalità. La mostra è il terzo capitolo di una trilogia curata da Francesco Parisi, il quale, dopo averci mostrato aspetti inediti delle Secessioni e del rapporto tra Arte e Magia, mette ora in scena le diverse declinazioni di un’ispirazione estetica che fu tra le più amate e fraintese nel passaggio tra XIX e XX secolo. Prendendo spunto dai ventagli, dalle sete e dalle ceramiche impacchettate nelle splendide xilografie che, con l’apertura dei commerci nel 1853, arrivavano negli empori di Londra e Parigi, dopo le prime «giapponeserie» la moda giapponista divampò anche in Belgio, Olanda, Germania, Austria, Boemia e in Italia, influenzando profondamente diverse generazioni di artisti. Sedotti dal pallore delle geishe o, ancor più, dallo stile sintetico e sinuoso dei maestri del Sol Levante, furono davvero in tanti a tentare eleganti traduzioni di quella cultura esotica, che giungeva da lontano e allontanava dal Realismo. Spaziando dai pittori di genere agli Impressionisti, passando per l’imprescindibile interpretazione delle Secessioni fino al misticismo dei Nabis e dei Simbolisti, in mostra non mancano Gauguin, Toulouse-Lautrec, Van Gogh, Klimt, Moser, Ensor, Mucha, A. Moore, Lavery, Dresser, De Nittis, Chini, Nomellini, Balla, Mancini, Fontanesi, Michetti, Bonnard, Ranson, Denis, Gallé, Khnopff e Van De Velde, oltre a interessanti figure meno note. Eppure, come ci ricorda il curatore, probabilmente quasi nessuno capì veramente l’essenza di quell’ammaliante cultura esotica, ad eccezione del boemo Emil Orlik, l’unico che, nel 1900, il Giappone smise di sognarlo per visitarlo davvero.   

Valeria Tassinari