Un’arte da pazzi, né parola né immagine

Verona. «Se questa è arte tu sei pazzo», diceva Giuseppe Chiari. È la poesia visiva, capace di prendersi e prendere in giro, lavorando (seriamente) sulla semantica delle parole e del linguaggio visivo. Luigi Meneghelli cura alla galleria Giarina Artecontemporanea (fino al 28 settembre) la mostra «Parole in rivolta» ancora nel segno delle celebrazioni per i trent’anni di vita della galleria (fondata nel 1987), con uno sguardo al passato, ma anche al presente e al futuro. «Lettere alfabetiche, ideogrammi, corsivi, arabeschi, immagini, geroglifici, combinati in modo da scuotere il linguaggio e la lettura d’uso abituale. Sono questi i materiali della Poesia visiva. Segni che significano se stessi e che, insieme, rimandano ad altro da sé. Commistioni di dati verbali e dati iconici che, proprio nel punto in cui si incrociano, mostrano “qualcosa che non è più né parola né immagine”, ma un’esperienza di confine, un luogo interstiziale in cui i significati deviano, si alterano, si moltiplicano». Così Meneghelli sintetizza il significato di una corrente internazionale, più che una scuola vera e propria, il cui exploit è stato tra gli anni ’60 e gli ’80. Corrente verso la quale la Giarina è sempre stata attenta, non sempre corrisposta dal mercato. Esposte opere di Julien Blaine, Jean-François Bory, George Brecht (i due sassi del 1989 su cui ha inciso la parola «Void», vuoto), Giuseppe Chiari («Se questa è arte tu sei pazzo», 1994), Henri Chopin, Paul De Vree, Bernard Heidsieck, Emilio Isgrò, Eugenio Miccini, Alain Arias Misson, Ladislav Novak, Ben Vautier (la borsetta su cui campeggia la scritta «Ce sac contient un billet d’avion», nella foto), il bresciano Sarenco («La poesia è morta, è morto anche il poeta», 1978) che con il veronese Franco Verdi firma nel 1983 «Cosa resta».

Camilla Bertoni