Mi camuffo per sberleffo

Cindy Sherman da 40 anni mescola tutti i codici

Gigante dell’autoritratto performativo da oltre quarant’anni, Cindy Sherman (New Jersey, 1954) è protagonista di una grande retrospettiva alla National Portrait Gallery (NPG)omaggio a un’artista che ha aperto molte strade, non ultima quella della staged photography, e giocato un ruolo fondamentale nel passaggio della fotografia al circuito fine art (fino al 15 novembre, a cura di Paul Moorhouse). Con un percorso che «sembra più incisivo e preveggente che mai nell’era dei social media e dei selfie», come nota Nicholas Cullinan direttore della NPG, «Cindy Sherman» conta quasi 180 opere, tra lavori chiave, nuove produzioni e inediti, realizzate dall’artista americana dal 1975 ad oggi, intorno al tema della natura fluida e artificiosa dell’identità, e della sua rappresentazione soggetta al potere deformante dello sguardo massmediatico. Una radice che è già nei 5 trittici di «Cover Girl» realizzati da studente, esposti insieme per la prima volta, e negli «Untitled Film Stills», qui nella serie completa di 70 scatti. La Sherman li elabora a partire dal 1977, quando si trasferisce a Manhattan dopo la laurea in arti visive alla State University di Buffalo. Nel bianco e nero dei fotogrammi interpreta personaggi ispirati agli stereotipi femminili del cinema anni ’50 e ’70. C’è già tutto: il travestimento, la messa in scena, la performance, il trasformismo di uno dei volti più inafferrabili e più visti dell’arte contemporanea, un corpo che incarna tutte le donne possibili mescolando i codici di moda, cinema, teatro, televisione e pubblicità, «perché, dice l’artista, volevo imitare qualcosa di interno alla cultura e, nel farlo, prendermi gioco della cultura stessa». Si prosegue con «Rear Screen Projections», prima serie a colori, dove si riprende sullo sfondo di diapositive; per passare ai «Centrefolds» che «Artforum» commissiona ma non pubblica, per il sospetto di violenza nella sua figura sdraiata e ripresa dall’alto, e a «Fairy Tales», incursione dark nell’inquietudine delle fiabe. Si assiste a un crescendo di composizioni via via più complesse, che toccano il grottesco, l’horror, il porno, e dove diventa più ingombrante l’uso di make up, maschere, costumi, fino a farsi sostituire da bambole, o a distorcersi e moltiplicarsi ricorrendo al digitale. Non mancano gli «History Portraits» dove riprende capolavori storici della ritrattistica, compresa la Madame Moitessier di Ingres, qui anche nell’originale pittorico; le protesi anatomiche di «Sex Pictures» e i manichini deformi di «Masks»; il grottesco delle signore in posa per «Headshots» e il camuffamento che la rende irriconoscibile nei «Clowns»; fino ai «Society Portraits», critica feroce alla rincorsa del consenso sociale che piega anche il senso di sé.

Chiara Coronelli