L’identità di «Bicasso» si cancella

Humlebæk (Danimarca). Il Louisiana Museum presenta fino al 22 settembre la sua prima retrospettiva in Danimarca dell’artista viennese Birgit Jürgenssen (1949-2003), protagonista dell’«avanguardia femminista» degli anni Settanta. In collaborazione con la Kunsthalle di Tubinga (che fino a febbraio ha ospitato la prima retrospettiva dell’artista in Germania), il Birgit Jürgenssen Estate e la GAMeC di Bergamo (dove la mostra è stata allestita da marzo a maggio, cfr. n. 395, mar. ’19, p. 32), «Ich bin/I am» presenta oltre 70 disegni e fotografie. Fa parte della serie di esposizioni «Louisiana on paper», dedicata alle opere grafiche di singoli artisti quali Josef Albers, Barnett Newman e Joseph Beuys. Il titolo della mostra è tratto da un’opera del 1995 in cui le parole Ich bin (io sono) appaiono scritte su una lavagna accanto a cui è appesa una spugna, che evoca la possibilità di cancellare e riscrivere la propria identità. L’attenta e ironica osservazione della società è il filo conduttore delle opere della Jürgenssen, che inizia a disegnare a 8 anni, firmandosi con il nome «Bicasso» in riferimento al genio spagnolo. Come altre artiste della sua generazione, tra cui Francesca Woodman, Meret Oppenheim e Louise Bourgeois, Birgit Jürgenssen scardina il discorso patriarcale schierandosi contro i ruoli di genere tradizionali: «Così spesso la donna è un oggetto d’arte, eppure raramente è in grado di mostrare il proprio lavoro. Per una volta, vorrei avere la possibilità di paragonarmi non soltanto ai miei colleghi uomini, ma anche alle mie colleghe donne», scrive nel 1974 alla casa editrice tedesca DuMont, che per ben due volte ignora la sua richiesta. In occasione dell’Anno Internazionale della Donna, proclamato dall’Onu nel 1975, le sue opere sono esposte in una mostra dedicata alle artiste austriache, organizzata presso il Museo Nazionale del Folclore. Nella foto, «I Want Out of Here!» (1976), Louisiana Museum of Modern Art.

Bianca Bozzeda