L’Eden può essere un incubo

Le interpretazioni contemporanee del giardino delle delizie

Berlino. Forte di immediati rimandi e ricchissima per spunti, ingegno, differenti spazi e numero di artisti internazionali partecipanti, la nuova mostra collettiva e sperimentale di Martin Gropius Bau, «Garten der irdischen Freuden» (Il Giardino delle delizie), si annuncia come uno spettacolo capace di coinvolgere tutti e cinque i sensi ufficiali e il mitico sesto, grato alla mente, ai suoi sogni, afflati poetici, politici e sociali. Attenzione però, il «Giardino delle delizie» di Bosch che sta sullo sfondo, imprescindibile ispirazione, è solo punto di partenza: le sue delizie portate all’eccesso nel bene e nel male sono solo una parte del piano, affiancate dalle gioie terrene, sogno irraggiungibile di molti nel mondo odierno dell’immanente. Le curatrici Stephanie Rosenthal e Clara Meister questo hanno pensato, a come si possa rivisitare oggi il mito bucolico-classico del giardino come luogo segreto, intimo e separato, di ozio e/o meditazione spirituale e filosofica, vaneggiato dalla Sehnsucht umana, alla luce delle assai più numerose contraddizioni e crudeli consapevolezze che il nostro presente ha rispetto a quello del pittore cinquecentesco olandese. Quel «Giardino» può diventare nelle differenti interpretazioni degli artisti partecipanti metafora di uno stato di esclusione, un eden in cui si ha la sensazione minacciosa di essere da un momento all’altro vittime di una nuova cacciata; o un terreno fertile di nuove utopie sociali e oasi felici da coltivare nelle metropoli postindustrializzate; o ancora un luogo di puro piacere erotico e sensuale da vivere con la realtà virtuale; o un incubo vero e proprio con la caduta delle illusioni; o un giardino giapponese moderno tanto zen quanto disperante; o un esperimento sociale nel Mare del Nord; o un luogo classico di dannazione; infine dall’apparenza paradisiaca in lento tramutarsi in uno stato di soffocamento. Molte risposte per molti media artistici: in questa mostra se ne utilizza un’ampia gamma, fra installazioni, performance, film, video, dipinti, fotografia, disegni, scultura e loro infinite combinazioni. Con opere, fra gli altri, di Maria Thereza Alves, Korakrit Arunanondchai, Hicham Berrada, John Cage, Tacita Dean, Nathalie Djurberg e Hans Berg, Lungiswa Gqunta, Rashid Johnson, Yayoi Kusama, Louise Lawler, Isabel Lewis, Renato Leotta, Jumana Manna, Uriel Orlow, Heather Phillipson, Prinzessinnengarten, Pipilotti Rist, Taro Shinoda e Zheng Bo. Questo e molto altro ancora al Martin Gropius Bau dal 26 luglio al primo dicembre.

Francesca Petretto