L’artista che voleva tutto

L’ultima personale di Nanni Balestrini

Nel maggio 1968 a Roma, Plinio De Martiis conclude l’attività della Galleria La Tartaruga con «Il Teatro delle Mostre», in cui ogni giorno un nuovo artista interviene con una performance o un’installazione. In ultimo, Nanni Balestrini di ritorno dalle proteste studentesche di Parigi, dall’aeroporto comunica per telefono le prime frasi, che vengono scritte sui muri della galleria da Achille Bonito Oliva, realizzando, scriverà il critico, «una scrittura murale a testimonianza della nuova tensione». Le pareti sono ricoperte di slogan, tra cui «dire sempre di no per primi».  Fin dai primi anni Sessanta Balestrini (1935-2019) poeta e artista visivo esplora nuove rotte intellettuali: dal gruppo dei poeti Novissimi e il Gruppo 63, che riunsce scrittori della neoavanguardia ai romanzi sulle lotte politiche degli anni Settanta («Vogliamo tutto», «Gli invisibili»). Contribuisce a fondare le riviste «Il Verri», «Quindici», «Alfabeta», «Zoooom». Espone in Italia e all’estero e nel 2012 a documenta concepisce un lavoro, «Tristanoil», che per tutta la durata dell’esposizione proietta ininterrottamente un collage di frammenti filmici che si ricombinano, «monumento» alla nostra contemporaneità, che stenta a rinnovarsi. All’Auditorium della Conciliazione all’interno del progetto di Visionarea Art Space, sostenuto dalla Fondazione Cultura e Arte, ente strumentale della Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale, presieduta da Emmanuele F.M. Emanuele, fino al 2 settembre è in corso la personale «Vogliamo tutto», alla quale Balestrini i ha lavorato fino a poco prima della sua scomparsa, avvenuta lo scorso 20 maggio. Curata da Luigi De Ambrogi in collaborazione con la Galleria Mazzoli di Modena, la mostra riunisce undici lavori databili tra il 1965 e il 2004. Anche qui, come a documenta, il concetto di fondo è di ricombinare frammenti di contemporaneità sulla base di parole e pensieri, che riemergono e si inabissano nel mare del proprio vissuto. «Ricca dei suoi collage ma anche di significative opere su tela e su tavola, non a caso porta il titolo del suo romanzo più famoso, Vogliamo tutto (1971), divenuto il manifesto di un intero decennio, spiega Emanuele, Balestrini è stato uno dei più energici e provocatori “artisti totali” del secondo Novecento». Rompendo il muro di una comunicazione controllata, scontata, trova nuovi significati, che mettono comunque il fruitore in una posizione interrogativa, riflessiva, come nelle opere «La Polizia» (1972) e «Porto Alegre» (2002; nella foto).

F.R.M.