La sapienza nelle mani

Come diceva Italo Calvino (che asseriva anche di essersi ispirato proprio alle sculture di Fausto Melotti nello scrivere Le città invisibili), le opere filiformi del grande artista sono «sculture piene di vuoti»: piccoli, volatili e poetici capolavori che collocano Melotti (Rovereto, 1901-Milano, 1986) nel ristretto numero di quegli artisti che, come Calder e Tinguely, hanno saputo liberare la scultura dal fardello della materia, conservando la capacità di emozionare l’osservatore. Fino al 27 settembre la galleria C+N Canepaneri ne presenta dieci esempi, realizzati tra il 1968 e gli anni ’80, nella retrospettiva «Fausto Melotti. Temi e variazioni». Nei suoi lavori confluivano gli stimoli di una cultura vasta, che comprendeva la musica, la matematica, la fisica, l’ingegneria (in cui si laureò a Milano) e naturalmente l’arte, approfondita all’Accademia di Brera con l’amico Lucio Fontana, sotto la guida di Adolfo Wildt. Ma Melotti era dotato anche di una sapienza fabbrile, che gli consentiva di lavorare le materie più diverse: dopo l’esordio con le «neoplatoniche» sculture astratte, presentate nel 1935 alla Galleria del Milione a Milano, avrebbe lavorato con uguale felicità la ceramica, per esprimersi poi con gracili fili di ottone, reti e garze sottili, palline sospese a catenelle, scale pericolanti e sghembe di filo metallico (nella foto, «Schematica», 1973), dando vita a un mondo precario ed effimero, efficace metafora della vita umana. 

Ada Masoero