Il writer vendicato

Un cruento episodio di intolleranza mobilitò Basquiat & C.

Quando Michael Stewart, nel 1983, a seguito delle percosse subite da parte della polizia che lo aveva arrestato mentre disegnava dei graffiti nella stazione della metropolitana della First Avenue nell’East Village, morì, a 25 anni, dopo tredici giorni di coma, l’America rimase sotto shock. Mentre nel frattempo molti artisti gli resero omaggio: da Lou Reed, che lo menzionò nella canzone «Hold On», a Spike Lee, che lo nomina nel film «Fa’ la cosa giusta», a Keith Haring, che realizzò un quadro intitolato «Michael Stewart – Usa for Africa», a Jean-Michel Basquiat («sarei potuto esserci io al posto di Michael Stewart», dichiarò l’artista, all’epoca ventiduenne), che sulle pareti dello studio del suo amico Haring dipinse «Defacement (The Death of Michael Stewart)». Ora quest’opera, che vede contrapposte le immagini di due poliziotti che brandiscono due grandi manganelli arancioni ai due lati di una sottile figura nera vittima dell’assalto, è il punto di partenza di una mostra, curata da Chaédria LaBouvier, che il Guggenheim Museum presenta, fino al 6 novembre con il titolo «Basquiat’s “Defacement”: The Untold Story»

Attraverso una ventina di opere, non solo di Basquiat ma anche di artisti suoi contemporanei che affrontano gli stessi temi, si raccontano l’attivismo politico degli anni Ottanta a New York e la storia di alcuni tra gli artisti che ne furono portavoce; tra cui Andy Warhol con le serigrafie che incorporavano l’articolo del «New York Daily News» sulla morte di Michael Stewart e David Hammons con la serie di stampe che nel 1986 intitolò «The Man Nobody Killed».

 Viviana Bucarelli