Architetti con la febbre del sabato sera

Prato. La discoteca intesa non solo come luogo di ballo ma anche di sperimentazione di architettura, design, grafica, arte, moda e di espressione di contestazione sociale e di genere: c’è tutto questo in «Night Fever. Designing Club Culture 1960-Today», fino al 6 ottobre al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci. È l’unica tappa italiana di un progetto realizzato con il Vitra Design Museum e l’Adam Brussels Design Museum a cura di un pool di esperti con a capo Jochen Eisenbrand e, per il Pecci, Elena Magini. Dall’Electric Circus (1967) allo Studio 54 (1977) a New York, da Les Bains Douches (1978; nella foto) di Philppe Starck a Parigi al Double Club (2008) ideato da Carsten Höller a Londra, senza dimenticare l’Haçienda (1982) di Ben Kelly a Manchester o, nella Berlino del dopo muro, il Tresor (1991) o il Berghain (2004), si arriva a concept come quello del Ministry of Sound II di Londra lanciato dallo studio OMA di Rem Koolhaas. Spazi in cui si sancisce quella fusione tra vita e arte che vede nascere figure come Haring e Basquiat. Per l’Italia ritroviamo il «Piper» (1966) di Torino, opera di Giorgio Ceretti, Pietro Derossi e Riccardo Rosso, o, a Firenze, lo «Space Electronic» (1969) del collettivo Gruppo 9999 o il «Bamba Issa» (1969) del Gruppo UFO a Forte dei Marmi. Tra film, fotografie, manifesti, abiti e opere d’arte lo spettatore è calato in una vera e propria installazione sonora e luminosa a cura di Konstantin Grcic e Matthias Singer.

L.L.