Anche le parole sono frontiere

Monaco di Baviera. Boaz Levin, curatore di «Dite Shibboleth! Di confini visibili e invisibili» al Museo Ebraico di Monaco fino al 23 febbraio, riflette sul concetto di frontiera a partire dalla parola, «shibboleth», tratta da un passo della Bibbia (Giudici 12,5-6) dove i vincitori Galaaditi, per riconoscere i fuggiaschi Efraimiti ai guadi del Giordano, non potendo altrimenti riconoscerli ingiungono loro di pronunciare «Shibboleth»: chi non parlando il loro dialetto risponde «Sibboleth» viene immediatamente giustiziato. Una parola che diventa frontiera. Non è difficile compiere un balzo in questo 2019 ossessionato dalle barriere, mentali e fisiche, terrestri o in mezzo al mare, che erge per difendere, escludere, vessare, perseguitare chi è altro da lui: 30 anni dopo la caduta del Muro di Berlino si continua ovunque, impunemente, a separare con muri, a delimitare territori occupati, a segnare frontiere. Ma il limen è ambivalente: se esclude, include anche. Dodici artisti internazionali hanno affrontato criticamente la sfida, rispondendo nei modi più differenti all’imperativo: Dite shibboleth! Per loro fortuna con una happy end. Nella foto, un fotogramma del film di Pınar Ögrenci «A Gentle Breeze Passed Over Us» (2017). 

Francesca Petretto