Underground e impegno civile

Stoccolma. Moderna Museet è sinonimo di «avanguardia»: fino all’11 agosto ospita l’omonima personale di Sharon Hayes, già nota al pubblico italiano per aver partecipato all’edizione 2013 della Biennale di Venezia dove fu premiata con una menzione speciale. L’artista statunitense di Baltimora (1970) si è prima formata nelle discipline del giornalismo e dell’antropologia, diventando successivamente nell’East Village dei primi anni ’90 artista-attivista di fama. La Hayes utilizza progetti multimediali, performance e installazioni audiovideo per rivitalizzare, incanalandolo nei sentieri dell’arte impegnata, lo spirito del dissenso politico-sociale, certo meno vivo oggi rispetto a un tempo, tuttavia ancora molto presente in alcuni ambienti underground americani, come quello delle comunità queer, in particolar modo del femminismo intersezionale. Nel 1996 si fece notare col progetto video itinerante «Lesbian Love Tour» che molti anni dopo i moti di Stonewall riaprì un’importante finestra sul mondo Lgbt e per la prima volta sulla sua componente femminile: l’impegno politico delle donne incontrate e filmate in 45 lesbian living rooms sfondò lo schermo, promosso a esser parte della scena artistica alternativa di quegli anni. Quasi 23 dopo quel primo esperimento, la Hayes rimane una delle voci più importanti dell’arte contemporanea americana. Con performance, estemporanee, fotografie, lavori come film e registrazioni, trasferisce la sfera intima di un romanticismo altro nello spazio pubblico, indagando sui meccanismi che portano le intenzioni private e gli interessi politici di un singolo o di un gruppo ristretto nella propria comfort zone a manifestarsi concretamente alla collettività. L’installazione video «In My Little Corner of the World, Anyone Would Love You» (2016; nella foto un fermo immagine) di proprietà del Moderna Museet costituisce il punto di partenza per questa prima mostra della Hayes a Stoccolma, dove sarà affiancata da molte altre opere nuove, prime e del passato. La curatela è di Lena Essling.

Francesca Petretto