Un brut d’annata: il barbaro europeo

Marsiglia (Francia). «Jean Dubuffet, un barbaro in Europa» è il titolo della mostra che fino al 2 settembre il Mucem dedica all’«inventore» dell’Art Brut: «È perché Dubuffet interroga i valori della cultura occidentale del suo tempo che abbiamo deciso di utilizzare il termine polemico di “barbaro”», spiegano i curatori, Baptiste Brun e Isabelle Marquette. Il titolo rinvia a un libro del 1933 di Henri Michaux, Un barbaro in Asia, in cui l’autore «scopriva che in un Paese “barbaro”, in un’altra cultura, il “barbaro” era lui. Uno sforzo di relativizzazione dei valori che assomiglia all’approccio di Dubuffet». La mostra presenta più di 300 opere con prestiti importanti, tra cui «Le Métafizyx» del 1950 (nella foto) prestata dal Centre Pompidou. Dalla Collection de l’Art Brut di Losanna arrivano lavori di Aloïse Corbaz, Heinrich Anton Müller, Adolf Wölfli, Henri Filaquier. Per Dubuffet (1901-1985), che si interessò alle culture extraoccidentali, non esiste una «cultura primitiva»: «Per lui nell’arte non c’è gerarchia, c’è solo invenzione», spiegano ancora i curatori. Celebrò l’«uomo comune», fece suoi i «graffiti» e si avvicinò alle arti popolari. La mostra affronta le prime riflessioni sull’Art Brut, dal 1945, gli incontri determinanti di quegli anni, come con George Henri Rivière, direttore del Musée des Arts et Traditions populaires di Parigi, e Eugène Pittard, direttore del Musée d’Ethonographie di Ginevra, i viaggi in Africa. Si sofferma su cicli famosi come «L’Hourloupe» e sull’ultimo libro, «Oriflammes», un breve testo del 1984, manifesto del nichilismo dell’artista. La mostra sarà allestita anche all’Institut Valencià d’Art Modern (dal 3 ottobre) e al Musée d’Ethonographie di Ginevra.

L.D.M.