Tutti figli di re Giorgio

Alla Gam da Nespolo a Guston, da Warhol a Vezzoli, i dechirichiani alla corte di de Chirico

Torino. Andy Warhol aveva riconosciuto in lui uno dei suoi precursori e dedicato un ciclo di serigrafie pop alle sue piazze e manichini. Ma non fu certo l’unico artista che negli anni Sessanta e Settanta subiva l’influenza di Giorgio de Chirico (1888-1978), pittore metafisico per antonomasia. Nonostante la veneranda età di ottant’anni, nell’ultimo decennio di vita de Chirico rielaborò le opere del passato adottando nuove soluzioni formali e concettuali. «Ebbe uno scatto di fantasia creativa», come ha detto una volta Sgarbi. È il periodo neometafisico, quello al centro della mostra «Giorgio de Chirico. Ritorno al futuro. Neometafisica e arte contemporanea», alla Gam-Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea fino al 25 agosto. Curato da Lorenzo Canova e Riccardo Passoni, il percorso comprende un centinaio di opere. «Bagni misteriosi», «Ettore e Andromaca davanti a Troia», «Le muse e la lirica», «Archeologi». I soggetti e talvolta anche i titoli sono gli stessi della giovinezza, ma i toni cupi lasciano spazio all’intenso cromatismo e la malinconia a particolari ludici e ironici. Questi e altri lavori sono messi in relazione con opere di più giovani colleghi che nel decennio 1968-78, e anche dopo, si sono confrontati con quel mondo mitologico e futuribile. Sono gli artisti delle nuove tendenze italiane e internazionali: oltre a Warhol, Valerio Adami, Franco Angeli, Tano Festa, Mimmo Rotella, Mario Schifano, Ugo Nespolo, Philip Guston, Henry Moore, Vettor Pisani, Gino de Dominicis, Juan Muñoz, Vanessa Beecroft, Francesco Vezzoli. L’elenco è lungo. Tutti in qualche modo sono debitori delle visioni dell’«ultimo pittore» (come si definiva de Chirico), di colui che «non si misurava con la storia, ma con l’eternità e con il proprio mito» (ancora Sgarbi) e che mai chinò la testa ai numi delle neoavanguardie.

Jenny Dogliani