Tiepolo senza parole a New York

Dalla rubrica "Il viaggiatore cortese", esplorazioni e trouvailles di Marco Riccòmini, giramondo storico dell’arte.

Quasi foto di scavo. A dar conto d’una villa romana riportata alla luce al fondo di un pozzo dalle pareti di tufo stratigrafate. Prese dal basso, tra chi ancora cerca. A puntare il cielo aperto coi tagli di luce a rivelare gli squarci, l’intonaco a brandelli sopra l’opus reticulatum. Scatti che non sollecitano commenti, quelli seppiati dello studio Paoletti (ma non, come indicato, di Antonio, che muore nel giugno 1943, autore per conto di Luca Beltrami delle «fotografie del Castello e dei Musei» custodite presso il Civico Archivio Fotografico di Milano, bensì dei suoi eredi). Immagini che mostrano oggi al pubblico americano i guasti delle bombe alleate sganciate su Milano in una notte di metà agosto del 1943. Tra gli altri, vi persero la vita cinque soffitti in Palazzo Archinto affrescati attorno al 1730 da Giambattista Tiepolo (1696-1770) e due volte dipinte dal bolognese Vittorio Maria Bigari (1692-1776), col suo quadraturista, il conterraneo Stefano Orlandi (1681-1760). Secondary casualties, naturalmente, cui oggi alla Frick si rende omaggio. «La città è morta», scriveva al risveglio Salvatore Quasimodo: «Invano cerchi tra la polvere, / povera mano, la città è morta». Le tracce di quella notte d’agosto sono rimaste esposte oscenamente per oltre mezzo secolo, e ancora fino a qualche anno fa, passando tra piazza Sant’Alessandro e via Olmetto, ossia nel cuore della Milano romana, dove ho avuto un ufficio a un passo da Palazzo Archinto, si vedevano a cielo aperto le macerie dei bombardamenti, palazzi mai ricostruiti, sulle cui pareti restavano in bella vista lacerti di carta da parati, mattonelle, frammenti d’una vita spezzata. Ed è quello che si vede nelle fotografie esposte, spogliate del tutto di vita umana. Attorno a queste, vero fulcro della mostra alla Frick Collection di New York («Tiepolo in Milan. The Lost Frescoes of Palazzo Archinto», a cura di Xavier F. Salomon, Andrea Tomezzoli e Denis Ton con Alessandra Kluzer, fino al 14 luglio; cfr. lo scorso numero, «Il Giornale delle Mostre», p. 26), si sono raccolti tre bozzetti del Tiepolo per il palazzo milanese, uno dei quali di proprietà della raccolta newyorkese. Ma nella ricostruzione mancavano le parole, il racconto non degli storici, del Lattuada o dello Zanotti, ma di chi li aveva visti, di chi se li ricordava, per rendere conto delle volte del Tiepolo e del Bigari (nessun bolognese nel catalogo, occasione mancata) di cui solo si è salvata quella col «Tempo, che scopre la Verità, giovane bellissima», che idealmente avrebbe dovuto stare in queste sale. In una foto del palazzo a guerra finita, oltre ai poster che reclamizzavano serate di Totò e Rascel (e, con involontaria ironia, anche uno spettacolo pirotecnico) c’era anche quello della «Strada sbarrata» (Dead End), il film del 1937 con Humphrey Bogart nella parte di Hugh «Baby Face» Martin. Una strofa della canzone in chiusura (di Vernon Dalhart) recita così: «Se avessi le ali di un angelo, volerei oltre le mura di questa prigione». Per provare a volare, si sarebbe potuto coinvolgere il Tribeca Film Festival (dal 25 aprile al 5 maggio), con la loro VR at the Virtual Arcade (presentata da AT&T). Ricreare in realtà aumentata, con cuffie e visori (come nei corti VR, ad esempio, col racconto di una ragazzina scampata al genocidio di un villaggio ugandese), almeno una delle sale di Palazzo Archinto, ricostruita grazie alle fotografie, colorate sulla scorta dei bozzetti, sarebbe stato il modo migliore per tornare a far rivivere nella contemporaneità quelle perdute sale. 

Marco Riccòmini