L’utopia, forse leonardesca, di Chambord

Chambord (Francia). Leonardo non fu l’architetto di Chambord né poté seguirne il cantiere che si aprì il 6 settembre 1519, pochi mesi dopo la sua morte. Ma gli esperti concordano nel dire che il genio toscano, che il re Francesco I aveva accolto ad Amboise, ebbe un ruolo centrale nella sua ideazione, soprattutto nella pianta a croce greca del palazzo e nella scalinata a doppia elica, che sembrano proprio portare la sua firma. Erano già tre anni che il re, rientrato vittorioso dalle guerre d’Italia, aveva cominciato a fare realizzare diversi progetti per il maestoso castello in stile rinascimentale. E se non ci sono disegni noti di Leonardo su Chambord, è qui che si trasferiscono alcune idee dell’ambizioso progetto per la residenza reale di Romorantin, che non ebbe mai davvero seguito. A 500 anni dall’inizio del gigantesco cantiere, sarà visitabile a Chambord, fino al primo settembre, «Chambord 1519-2019. L’Utopia all’opera», una mostra curata dall’architetto Dominique Perrault e dal filosofo Roland Schaer che ricostruisce la storia dell’edificio. Il punto forte sono tre fogli del Codice Atlantico, delle composizioni geometriche e studi di fisica, tesoro della Biblioteca Ambrosiana di Milano, che li conserva dal 1637. Sono allestite in tutto 150 opere, tra cui il Trattato di architettura di Francesco di Giorgio Martini, prestato dalla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, il famoso ritratto del re opera di Tiziano, del 1539, prestato dal Louvre, e progetti d’epoca del castello in arrivo dalla Bibliothèque Nationale de France, a Parigi. Per rilanciare «l’utopia architettonica» di Chambord, è stato anche chiesto a 18 atenei del mondo (tra cui La Sapienza di Roma) di reinventare il palazzo per il futuro. I progetti sono presentati in chiusura della mostra. Nella foto, «Panorama di Gerusalemme», 1517 ca, Lisbona, Museu Nacional do Azulejo.

Luana De Micco