In punta di piedi

Isadora Duncan musa tra Otto e Novecento

L’influenza della danza sulle arti è notevole, specie nello scorcio del XX secolo, e le movenze del corpo femminile più libere e audaci attirano l’attenzione degli artisti che ne traggono spunti importanti per lo studio della figura nello spazio. La mostra «Isadora Duncan e le arti figurative in Italia tra Ottocento e avanguardia», a cura di Maria Flora Giubilei e Carlo Sisi (in collaborazione con Rossella Campana, Eleonora Barbara Nomellini e Patrizia Veroli), e promossa da Fondazione Cr Firenze e da Fondazione Parchi Monumentali Bardini e Peyron, fino al 22 settembre, svela attraverso circa 170 pezzi, distribuiti tra Villa Bardini e Museo Stefano Bardini, l’impatto che la grande danzatrice americana riuscì a imprimere nell’immaginario degli artisti, coniugando la ripresa del mondo classico e archeologico con la liberazione da rigidi corsetti e da punte in gesso e prediligendo abiti leggeri che favorissero il contatto energetico con la terra. La scelta di Firenze per la prima mostra italiana a lei dedicata è legata allo stretto rapporto che intrattenne con la città, fin dal 1902, grazie alla permanenza dello scenografo inglese Edward Gordon Craig, uno dei suoi compagni. Nello scenografico percorso tra dipinti, sculture, abiti e arti decorative (con le ceramiche di Gio Ponti) incontriamo Isadora, immortalata da Plinio Nomellini in «Gioia», danzare sulla spiaggia di Viareggio dove, ospite dell’amica Eleonora Duse, si era rifugiata per lenire il dolore per la morte dei figli annegati nella Senna, ma soprattutto la riconosciamo modella di scultori come Rodin, Bourdelle, Andreotti e Romanelli, con opere in mostra accanto a quelle di altri artisti (da Von Stuck, Previati, Sartorio, Bistolfi, a Chini, Boccioni, Casorati, Campigli e Sironi) a illustrare l’evoluzione della concezione della danza nelle arti, da estetica a concettuale e gestuale nel Novecento.

Laura Lombardi