L’uomo mascherato

Liu Bolin si mimetizza nel Museo delle Culture

Per la sua seconda mostra fotografica, Mudec Photo presenta dal 15 maggio al 15 settembre «Liu Bolin. Visible invisible», il cui titolo è
esso stesso una dichiarazione d’intenti. L’artista è infatti noto nel mondo per le performance in cui, grazie a uno stupefacente body painting, si mimetizza completamente con lo sfondo, fino a fondersi nel contesto. Per poi cristallizzare l’operazione in una fotografia che finisce per includere tutti i livelli del processo creativo, dal progetto alla pittura, alla performance. 

La mostra, curata da Beatrice Benedetti e promossa da Milano-Cultura, Mudec e 24 Ore Cultura-Gruppo 24 Ore, è stata pensata per questi spazi, dove sono riunite circa 50 opere, tra le quali un inedito della «Pietà Rondanini», scattato nel Museo del Castello Sforzesco di Milano a essa dedicato; la fotografia (2019) della Sala di Caravaggio nella Galleria Borghese di Roma, e quella scattata al Mudec tra i reperti della collezione permanente. 

Sono immagini che, come sempre in Liu Bolin (Shandong, 1973), oltrepassano di gran lunga la mera, epidermica apparenza e lo stupore suscitato dalla maestria che rende possibili tali mimetismi, perché offrono numerosi spunti di riflessione. Come accade nella serie «Hiding in the City», 2005, nella quale l’artista manifesta la propria ribellione alla distruzione del Suojia Arts Camp, il vecchio quartiere del suo studio, per lasciare spazio ai grattacieli. In «Hiding in the rest of the world» e, più ancora, in «Hiding in Italy» (2008-2019) punta sul confronto tra le culture orientale e occidentale, mentre in «Shelves», confuso con la merce dei supermercati, critica il nostro modello consumistico e in «Migrants», in cui ha coinvolto ospiti di centri d’accoglienza siciliani, ne denuncia la spersonalizzazione. In mostra, anche i vestiti dipinti usati nelle performance.

Ada Masoero