L’arca di Paola

Le oniriche atmosfere della Pivi

Inaugurato con Miart, il «Focus Paola Pivi», a cura di Gemma De Angelis Testa, è visibile fino al 30 maggio nel Museo del Novecento, l’istituzione cui Acacia-Associazione Amici dell’Arte Contemporanea (fondata nel 2003 dalla curatrice, che da allora la presiede) nel 2015 ha donato l’intera collezione dei lavori degli artisti ai quali i suoi soci assegnano annualmente il Premio Acacia. La consuetudine non si è interrotta e da allora, ogni anno, Acacia dona al Museo una o più opere del nuovo premiato. A Paola Pivi il Premio era andato nel 2007, per il suo «Senza titolo» di quell’anno, ed è intorno a esso che è stato ora allestito un percorso di lavori di proprietà di alcuni soci di Acacia, tra i quali l’opera fotografica «One Cup of Cappuccino, Then I Go», 2007, la scultura «Do you know why Italy is shaped like a boot? Because so much shit couldn’t fit in a shoe», 2001, e «Senza titolo (Perle)», 2000. Tutte opere, le sue, che trasportano lo spettatore in una dimensione di onirica stupefazione («voglio esprimere la magia della vita», afferma lei), dove un leopardo passeggia felpato tra tazze di cappuccino, un asino se ne sta, mansueto, su un barchino in mezzo al mare, orsi polari sfoggiano mantelli dai colori vividissimi. Protagonista fino a settembre di una monografica al MaXXI di Roma (cfr. lo scorso numero, «Il Giornale delle Mostre», p. 17) Paola Pivi (Milano 1971), a 28 anni soltanto ha vinto nel 1999 il Leone d’Oro alla XLVIII Biennale di Venezia, allora diretta da Harald Szeemann. È stata poi presente a manifesta (nel 2004 e 2014) e alla Biennale di Berlino (nel 2008) e le sue opere fanno parte delle più importanti collezioni internazionali, pubbliche e private. Ma a Milano tutti la ricordano per la mostra, promossa nel 2006 da Fondazione Trussardi nei Magazzini di Porta Genova, in cui aveva riunito in un gigantesco capannone un serraglio di animali vivi: tutti candidi.

Ada Masoero