La protesta è griffata Tiffany

Politica, tecnoarte e performance alla Biennale d’arte americana

La politica spesso trasforma la Whitney Biennial di New York in una specie di pentola a pressione. L’edizione 2019, che si svolge dal 17 maggio al 22 settembre, non fa eccezione. La mostra curata da Jane Panetta e Rujeko Hockley include infatti molte opere su temi quali etnia e genere, disuguaglianza economica, gentrificazione e vulnerabilità del corpo. La Panetta e la Hockley hanno messo insieme uno dei gruppi più eterogenei di artisti americani mai visti in una Whitney Biennial, tra emergenti e «mid-career». La maggior parte degli artisti non è bianca e tra artisti maschi e femmine c’è un’equa partecipazione. Il video è presente in maniera massiccia sia nelle sale espositive sia nel teatro del museo, che presenta opere, tra gli altri, di Korakrit Arunanondchai, Garrett Bradley, Colectivo los Ingrávidos, Thirza Cuthand, Forensic Architecture, Ellie Ga e Ilana Harris-Babou tra gli altri. Tra gli autori di performance, disciplina anch’essa molto rappresentata, Brendan Fernandes, Autumn Knight e Mariana Valencia. Non mancano tuttavia, tra i 75 artisti e gruppi partecipanti, autori che puntano alla fisicità dell’opera (è il caso delle sculture surreali di Olga Balema) o di pittori come Tomashi Jackson, autore di opere sui legami tra teoria dei colori e razzismo, o Marlon Mullen, che produce opere incrostate di acrilico come se fossero dipinte con le dita. La correttezza politica delle curatrici non è però bastata a evitare la protesta di Michael Rakowitz, che ha rifiutato di partecipare alla mostra in segno di protesta contro i legami finanziari del Whitney con Safariland, una società di proprietà del vicepresidente del museo Warren Kanders, che fabbrica lacrimogeni e altri prodotti militari utilizzati dalla polizia lungo il confine tra Stati Uniti e Messico. Lo sponsor principale della mostra è la gioielleria Tiffany & Co.

Margaret Carrigan