Il mondo queer non è più qui

I suoi nemici? La polizia e il mercato immobiliare

Nel decennio tra il 2006 e il 2016, ha chiuso i battenti più di metà delle sedi queer di Londra. I 73 bar gay, teatri gestiti da lesbiche e sex club che sono stati chiusi sono indicati in una mappa interattiva, parte di una mostra, «Queer Spaces: London, 1980s – Today» aperta fino al 25 agosto alla Whitechapel Gallery. La rassegna unisce materiale d’archivio, studi e arte contemporanea per tracciare i mutevoli contorni della scena queer della capitale. «Lo spazio pubblico londinese è cambiato, spiega la cocuratrice Nayia Yiakoumaki. Oggi assistiamo a un’apparente democratizzazione dello spazio, a una crescente tolleranza nei confronti delle motivazioni queer; tutti sono apparentemente benvenuti dovunque. Ma i luoghi che attraggono comunità che non hanno necessariamente voglia di passare intere giornate da Starbucks sono meno attivi». La Yiakoumaki sostiene che si tratta di una mostra sulla gentrificazione. Partendo dagli anni della Thatcher, racconta la storia della «sterilizzazione» della città causata dalla riqualificazione pilotata dal mercato immobiliare dal vertiginoso aumento degli affitti che ha escluso le comunità più vulnerabili. Se inizialmente a chiudere le sedi queer erano i raid della polizia, oggi questi spazi vengono minacciati dalle forze insidiose della politica economica neoliberale. Il materiale d’archivio (film, opuscoli, permessi rifiutati a sedi queer chiuse, o che hanno resistito alla chiusura) è allestito insieme alle opere di cinque artisti. Lo stesso concetto di archivio è centrale nell’attività delle artiste più giovani della mostra, Hannah Quinlan e Rosie Hastings. Una delle loro opere, «The Scarcity of Liberty #2» (2016) consiste in una bacheca di sughero su cui sono appuntati documenti vari che vanno da volantini sulla salute mentale a brochure e fotografie. L’opera, spiega la Hastings, «funziona da prospetto di come uno spazio queer possa servire alla sua comunità, preservando le funzioni di questi spazi per riferimenti futuri».

Kabir Jhala