I tanti volti di Beirut

La serie di foto montate nel video «On War and Love» di Fouad Elkoury scorrono in apertura della mostra «C’est Beyrouth» all’Institut des Cultures de l’Islam (fino al 28 luglio). L’artista lo ha realizzato appositamente per Parigi: vi racconta in chiave intima la guerra del 2006, detta «dei 33 giorni», tra Libano e Israele. La relazione con la sua compagna diventa la metafora del conflitto. Per il curatore, il fotografo Sabyl Ghoussoub, solo questo poteva essere il punto di partenza della mostra: «Per la nuova generazione di libanesi e di lavoratori immigrati in Libano, si trattava del loro primo vero conflitto. Per gli altri, ha spiegato, solo di un conflitto in più». La mostra racconta «un’altra» Beirut attraverso i lavori di 16 fotografi, libanesi e non, sedici visioni inedite della capitale, vittima delle guerre, eppure effervescente: «Dal 2016, ha detto il curatore, Beirut deve far fronte a tante crisi sanitarie, politiche e migratorie. Mi era parso necessario dare un accenno di cosa è la città oggi, occupandosi dei diretti interessati, i suoi abitanti». Gli scatti di Vianney Le Caer mostrano uomini muscolosi intenti ad abbronzarsi sul lungomare; Hassan Ammar fotografa i tatuaggi «religiosi» dei miliziani dell’Hezbollah (uno nella foto) e Patrick Baz ha documentato il quotidiano della comunità cristiana di Beirut. Le foto di Myriam Boulos danno un volto alle donne asiatiche e africane immigrate in Libano per lavorare come domestiche nelle famiglie locali. Dalia Khamissy documenta il dolore e le speranze dei rifugiati siriani, mentre Mohamad Abdouni la marginalizzazione della comunità Lgbt. È allestito anche un trittico di scatti tratti da «Beirutopia» di Randa Mirza, che testimonia la vitalità della città con i suoi tanti progetti immobiliari che ne cambiano il volto.

Luana De Micco