I paradossi di Vercruysse

Milano e Pescara. È un duplice omaggio quello che Vistamarestudio (a Milano fino all’8 giugno) e Vistamare (a Pescara, fino al 13 settembre) dedicano, a un anno dalla morte, all’artista belga Jan Vercruysse. Nato a Ostenda nel 1948 e scomparso a Bruges nel 2018, nel 1993 l’artista aveva rappresentato il suo Paese alla XLV Biennale di Venezia, vedendo poi i suoi lavori entrare nei maggiori musei del mondo, come il MoMA di New York, il MoCA di Los Angeles, la Tate di Londra e, fra altre istituzioni europee, il Castello di Rivoli. Le due mostre, intitolate «The Presence of Absence», presentano suoi lavori dagli anni Ottanta ai Duemila. Più ampia la rassegna allestita nella «casa madre» di Pescara della galleria diretta da Benedetta Spalletti, dove si dà spazio a numerosi «Tombeaux» (rigorose sculture, tra le più note create da Vercruysse, sempre in bilico tra concettualismo e visionarietà, composte con materiali diversi, il cui titolo gioca sulla polisemia della parola in francese, di volta in volta «sepolcro» o «composizione in onore di un personaggio defunto»), alle ricerche fotografiche della serie «Camera Oscura», alle «Places». In queste ultime opere, Jan Vercruysse dà vita a un alfabeto alternativo, formato dai semi delle carte da gioco, e all’installazione «Les Paroles [Letto] VII», un’opera che esibisce, su tre leggii, le immagini di affreschi e graffiti erotici pompeiani. Più rarefatta ma non meno emozionante la mostra allestita a Milano, che lascia il centro della scena al bronzo «La Sfera» (nella foto), presentato per la prima volta alla XLV Biennale di Venezia, con una tartaruga che faticosamente tenta di spingere (o di issarsi su) un globo bronzeo. Intorno, tre «Tombeaux» fra i quali quello, suggestivo, del 1994 con 60 sigilli di ceralacca, e «Zonder titel (zelfporteit) XVI», 1981, precoce opera fotolitografica composta da quattro elementi.

Ada Masoero