Solo mare e cielo

Mendrisio (Svizzera). Nato nel 1935 a Scicli, nell’estrema punta della Sicilia che guarda l’Africa, e scomparso lo scorso ottobre nella vicina Modica, Piero Guccione ha inseguito per oltre 40 anni il sogno (da lui avverato) di tradurre in immagine quell’inafferrabile vibrazione che, all’orizzonte, unisce e separa al tempo stesso il colore del cielo da quello del mare, e di trascrivere sulla tela, o sulla carta, «l’assoluta immobilità del mare, che però è costantemente in movimento». Una ricerca «quasi ossessiva» la sua, come sostiene il critico Michael Peppiatt, che l’ha condotto a quella che lui stesso de niva «un’idea di piattezza che contenga l’assoluto, tra il mare e cielo, dove quasi il colore è abolito, lo spazio abolito. Insomma una sorta di piattezza, che però, in qualche modo, contenga un dato di assolutezza». Con il «rischio» d’immergersi nell’astrazione, mai s orato però, per effetto della sua indole e della sua formazione, del tutto gurative. Il Museo d’arte Mendrisio gli dedica, dal 7 aprile al 30 giugno, la rassegna «Piero Guccione. La pittura come il mare», curata dal direttore del museo, Simone Soldini, che ha selezionato una sessantina di opere dedicate in prevalenza al mare, ma anche alle campagne aride e pietrose di quell’angolo estremo della Sicilia. Nella foto, «Luna d’Agosto» (2005).

A.M.