Nella scarpiera di Sylvie

La Fleury postappropriazionista

Con «Chaussures italiennes», all’Istituto Svizzero fino al 30 giugno, Sylvie Fleury, classe 1961, è alla sua prima personale in Italia. L’approccio neopop nei modi e nei temi è evidente. La riflessione sui beni di lusso, sulla moda, sul feticismo nella società dei consumi, che trova forma in soggetti quali scarpe femminili, scatole da trucco, profumi, carrelli della spesa, rossetti e, ingigantiti e trascesi in una dimensione ironica e paradossale, arriva a toccare i mostri sacri dell’arte del Novecento, con i Mondrian in pelliccia e i Lucio Fontana in tela jeans, perché, spiega l’artista, anche in «opere emblematiche di artisti maschili, il mio compito è inserire un elemento femminile». Dipinti, sculture e installazioni mettono sotto osservazione, criticandoli anche se potrebbe sembrare il contrario, i controvalori contemporanei legati alla bellezza superficiale, all’ossessione dell’apparire: le riproduzioni distorte e abnormi di «accessori» legati a lusso, moda, maquillage creano un voluto cortocircuito con l’arte. Il suo lavoro, definito «postappropriazionista», si riallaccia al ready made duchampiano vissuto, dice la Fleury, come «un’opzione veramente aperta per gli artisti. Ci sono così tanti modi diversi per creare un ready made». La mostra prende il titolo dall’installazione «Retrospective», composta da una scarpiera nella quale la Fleury ha inserito le sue più stravaganti scarpe con tacco alto indossate a vernissage e performance. Accanto ci saranno lavori storici e opere realizzate apposta per questa personale, oltre alla gigantesca scritta al neon viola «Miracle» installata nel 2016 a Villa Maraini, sede dell’Istituto Svizzero.

Federico Castelli Gattinara