Le radici inca e parigine di Eielson

L’artista peruviano e i suoi compagni di strada

Londra e Milano.  Mentre nella sede londinese di Cortesi Gallery continua fino al 24 maggio «Jorge Eielson: materia, segno, spazio», nella galleria milanese si è appena inaugurata «Zagreb Calling 1959-2019. Ivan Picelj, Vjenceslav Richter e Julije Knifer», visibile fino al 28 giugno.

La rassegna di Jorge Eielson (Lima, 1924-Milano, 2006), poeta, scrittore e artista visivo, peruviano di nascita e italiano per scelta, è curata da Francesca Pola e realizzata con l’Archivio Jorge Eielson e l’omonimo Centro Studi di Firenze, ed è la prima sua personale nel Regno Unito. Presenta perciò un panorama ampio della sua attività creativa, riletta attraverso i punti salienti di un percorso che fu sempre intensamente sperimentale, e segnato dal dialogo tra le culture peruviana ed europea. Dopo i «Paesaggi infiniti della Costa del Perù», la mostra documenta l’introduzione nella materia del dipinto d’indumenti tagliati, strappati, bruciati, frutto del soggiorno del 1948 a Parigi, dove Eielson si accosta alle avanguardie. Il trasferimento a Roma, nel 1951, e poi a Milano, negli anni ’70, e il contatto con i loro ambienti artistici allora vitalissimi (in mostra, lavori di Fontana, Burri, Capogrossi, Scarpitta, Castellani, Bonalumi), aprono le porte a quella che sarà la stagione più nota del suo lavoro, quando, dal 1963, vedranno la luce i primi «Quipus», quei nodi ispirati all’arte inca che, con l’energia dei loro tessuti in tensione e in torsione, diventeranno il suo segno identificativo. Lavori, questi, di cui solo di recente (si pensi al padiglione cileno dell’ultima Biennale d’Architettura di Venezia) si è riconosciuta la forza anticipatrice.

A Milano va in scena «Zagreb Calling», curata da Ilaria Bignotti, dedicata a tre artisti di cui, come per Eielson, si va riscoprendo solo ora la centralità nell’arte degli anni ’60 e ’70. Partendo da quella che era allora la Jugoslavia, ma muovendosi sullo scenario internazionale, Ivan Picelj, Vjenceslav Richter e Julije Knifer diedero vita, infatti, a linguaggi neocostruttivisti e concettuali che continuano tuttora a offrire più d’uno stimolo di ricerca. Dei tre, Picelj (1924-2011) è stato fondatore e primattore del movimento «Nove tendencije», istituito a Zagabria nel 1961 da un gruppo di critici e artisti internazionali che includeva i gruppi ZERO e GRAV, N e T, oltre a Piero Manzoni, Enrico Castellani e altri. Richter (1917-2002), esponente anch’egli di «Nove tendencije», era un architetto croato di alta levatura e Knifer (1924-2004) dopo quell’esperienza fondò, con altri, un gruppo del peso di «Gorgona». Oltre 40 le opere in mostra, tra pitture, sculture e grafiche, scelte presso gli archivi di ognuno e in collezioni internazionali, in un compendio scaturito dalla monografica di Picelj presentata tre anni fa dalla galleria, che mette in evidenza la centralità di Milano negli scambi tra artisti europei e balcanici. Entrambe le mostre sono accompagnate da cataloghi bilingui editi da Skira.

Ada Masoero