Il ritratto della modernità

La riscoperta della pittrice Lotte Laserstein, celebrata negli anni ’30, poi costretta all’esilio

Seconda tappa alla Berlinische Galerie per la mostra che l’anno passato ha registrato un sensazionale successo di pubblico a Francoforte, «Lotte Laserstein. Face to face» (dal 5 aprile al 12 giugno), tanto da essere definita «la più attesa della primavera berlinese 2019». È un vero e proprio ritorno a casa per un’artista (1898-1993) che furoreggiò, eccezionale eccezione in un mondo dell’arte all’epoca quasi esclusivo appannaggio degli uomini, nella Berlino repubblicana, capostipite di una generazione di neue Frauen intenzionate a riappropriarsi delle proprie vite dopo secoli di discriminazioni. Figlia di un farmacista di origine ebrea, si trasferì bambina a Berlino dove studiò coi più grandi maestri dell’epoca, godendo dell’appena concessa apertura delle accademie d’arte anche alle ragazze. Si diplomò, riscuotendo lodi e premi e prendendo subito parte a molte importanti mostre, fino alla consacrazione del 1931 con la sua prima personale alla rinomata galleria berlinese Gurlitt. Proprio quand’era all’apice della carriera, fu costretta alla fuga in Svezia per via del suo cognome, sopravvivendo alla deportazione. A Stoccolma riuscì a rifarsene uno, tuttavia lontano dal cuore pulsante della scena artistica europea che pian piano la dimenticò: la damnatio memoriae programmata dai nazisti era andata a segno. Curata da Annelie Lütgens, la mostra di Berlinische Galerie espone accanto alle opere degli anni d’oro berlinesi anche i lavori del lungo esilio svedese. In una personale organizzata a Stoccolma per il suo 85esimo compleanno, Lotte fu riscoperta dallo studioso Peter Fors, che l’accompagnò e sostenne fino agli ultimi giorni di vita: è grazie a un suo lascito che la Berlinische Galerie ha ereditato questo sensazionale corpus di opere di Laserstein che ora mette per la prima volta in mostra.

Francesca Petretto