Facce di bronzo, lingue di cemento

«Dalla Biennale di Venezia del 2011, con il monumentale “Homme pressé“ sul pontile di Palazzo Grassi, impossibile da evitare, ci sono state troppo poche occasioni di vedere le opere di Thomas Houseago. Anche se all’epoca l’artista era già noto, ci si lasciava facilmente impressionare da questa forma nuova di scultura che mescolava monumentalità e fragilità»: così Fabrice Hergott, direttore del Musée d’art moderne de la Ville de Paris dal 2006. L’idea di accogliere a Parigi le opere dell’artista inglese di Leeds, classe 1972, per una grande monografica, stava nascendo in quel momento, ma il progetto cominciò a concretizzarsi solo più tardi, nel marzo 2016: «Avevo promesso a Houseago che sarei andato a trovarlo a Los Angeles, racconta ancora Hergott. Entrando nel suo immenso studio, non sapevo esattamente che cosa aspettarmi. Ci accordammo per montare una mostra in qualche anno». La mostra, prima retrospettiva in Francia, si tiene ora fino al 14 luglio al museo parigino con il titolo «Thomas Houseago. Almost Human». Il percorso cronologico ritorna su tutta la carriera dell’artista, dagli anni ’90 ad oggi, dalle prime sculture antropomorfe alle ultime opere immersive. Houseago, come Georg Baselitz e Bruce Neuman, si interessa alla rappresentazione della figura umana nello spazio, reinventa la scultura in stile neoprimitivo, modella figure grossolane, accosta materiali diversi, legno, bronzo, gesso, tela, cemento. Sono allestite diverse opere monumentali, tra cui anche «L’Homme pressé» della collezione di François Pinault, a cui Fabrice Hergott fa riferimento nell’introduzione del catalogo alla mostra. È esposto il fregio murale della serie «Black Painting» e l’ultima sala accoglie un’opera inedita, «Cast Studio», che rinvia, anche con foto e video, all’atelier dell’artista. Nella foto, «Untitled Face (Pink Tongue #2/Green Face)» (1995).