Entrate, gattonate e regredite

Paola Pivi relazionale e micromonumentale

Si apre con«Share, but it’s not fair» del 2012, lo stesso titolo della sua prima personale in Cina tenutasi proprio quell’anno, al Rockbund Art Museum di Shanghai, la mostra «Paola Pivi. World Record», curata da Hou Hanru e Anne Palopoli alla Galleria 5 del MaXXI dal 3 aprile all’8 settembre. È una distesa di cuscini gialli e rossi realizzati con i tessuti degli abiti dei monaci tibetani, terra d’origine del marito dell’artista, annodati e precari, come a riflettere sulle difficoltà dell’esistenza, ma anche colorati e leggeri per l’aspetto vitale e sorprendente che è parte integrante della sua creatività. «In generale, noto che le persone a cui piace il mio lavoro amano la vita o i sogni. Sono persone simili a me, persone senza paura», dice l’artista milanese, classe 1971, che vive e lavora ad Anchorage, in Alaska.

Rovesciamento, spiazzamento, sorpresa sono punti fermi del suo lavoro, fin da quel camion adagiato su un fianco alla mostra «Fuori Uso» a Pescara nel 1997, quando ancora non aveva una galleria, e che l’ha fatta conoscere. Il coinvolgimento dello spazio, il gioco tra sopra e sotto, grande e piccolo, natura e artificio si ritrova sempre, allo stesso tempo divertente e profondo. E perfino spirituale, nonostante il côté surreale e ironico della sua produzione, nell’essenza, dichiara l’autrice, «rivelata a sorpresa dalla rimozione di strati e strati di merda inutile a partire da qualsiasi cosa tratti il mio lavoro, e quando arrivi al nucleo, arrivi a qualcosa di spirituale…». 

La mostra, che presenta sculture e installazioni, ripensa completamente lo spazio già insolito della Galleria 5, un ambiente tutto in salita che si affaccia con una grande vetrata sul piazzale sottostante. Piazzale che espone in forma permanente, quasi schiacciato sotto un’ala di cemento del museo, il suo celebre jet Fiat fighter G-91 a testa in giù, con cui a soli 28 anni vinse il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia del 1999 (in condivisione con Monica Bonvicini, Grazia Toderi, Luisa Lambri e Bruna Esposito, individuate dal curatore Harald Szeemann per costituire estemporaneamente quel «Padiglione Italia» di cui si era dimenticato. Il percorso si snoda tra lavori vecchi e nuovi, dai divani in miniatura, ma fedelmente in scala, imbevuti di profumo che si diffonde nell’ambiente, alla pelle d’orso stile trofeo di caccia ma sintetica («Did you know I am single?» del 2010), da una delle sue prime opere, la «Scatola umana» del 1994, una scultura cubica in plexiglas di soli 10 centimetri per lato, al gigantesco inedito «World Record» che dà il titolo alla mostra, sua ultima creazione, che occupa circa un terzo della galleria con oltre cento materassi disposti su due piani paralleli che lasciano uno spazio intermedio, di circa un metro, dove si è invitati a entrare, gattonare, distendersi e rotolare, in una regressione infantile che mischia ironia, divertimento e interazione tra le persone. La mostra, realizzata con il supporto dei due storici galleristi della Pivi, Emmanuel Perrotin e Massimo De Carlo, è una sezione di una più ampia esposizione della sua opera divisa in capitoli tematici, realizzata insieme a The Bass Museum di Miami e all’Anchorage Museum, a cura di Justine Ludwig.

Federico Castelli Gattinara