Al circo Spadini il jet set faceva la fila

Ottanta sculture e altrettanti disegni dello scultore che piaceva agli americani. Marco Fabio Apolloni e Monica Cardarelli, galleristi (e studiosi) che lo hanno riscoperto si intervistano da soli

Fino al 16 maggio, la Galleria del Laocoonte di Monica Cardarelli propone la prima vasta antologica dedicata ad Andrea Spadini (1912-83) scultore e ceramista romano, ricercato da star hollywoodiane del calibro di Lauren Bacall, Henry Fonda, Douglas Fairbanks jr, come dal bel mondo italiano, da Alberto Sordi agli stilisti Alberto Fabiani e Simonetta Colonna di Cesarò e alla contessa Cicogna. La riscoperta di Spadini si deve tuttavia all’intuitivo gallerista scomparso di recente, Enzo Mazzarella che, nel 1989 a Roma, organizzò una retrospettiva. Da diversi anni Monica Cardarelli studia lo scultore, ricerca le sue opere e ha catalogato quelle nell’archivio degli eredi. Marco Fabio Apolloni ha intervistato per «Il Giornale dell’Arte» la moglie Monica Cardarelli.

Chi era Andrea Spadini?

Andrea Spadini è stato uno scultore figlio di un pittore. Suo padre, Armando Spadini, morto nel 1925 a  42 anni, lo usò come modello e garzone tuttofare sempre al suo fianco, impedendogli persino di andare a scuola. Orfano a 13 anni, Andrea detto «Mimmo» fu iscritto dalla madre alla Reale Accademia di Belle Arti di Firenze, dove scelse di seguire il corso di scultura tenuto da Libero Andreotti. Già allora disegnava come un adulto.

Chi era la madre?

La madre era Pasqualina Cervone, anch’essa pittrice. Era stata allieva di Fattori a Firenze, dove incontrò Armando Spadini che sarebbe diventato suo marito e il padre dei suoi quattro figli, tutti modelli dei dipinti di quest’ultimo. È singolare che tra i disegni giovanili di Andrea ve ne sia uno della madre nuda, una figura femminile scaturita dalla prospettiva del fanciullo che egli era all’epoca in cui la madre posò dinanzi al padre per il dipinto «Le Bagnanti». È la significativa testimonianza di una naturale confidenza con il femminile che resterà una costante della sua vita di artista e di uomo fortunato con le donne.

Vuoi dire che è stato un Don Giovanni?

Don Giovanni non ama le donne, Andrea Spadini sì ed è per questo che riusciva non solo a farsi amare, ma anche a suscitare in loro la fedeltà dell’amicizia. Un dono più raro.

Ebbe molte donne?

Nessun Leporello ha scritto una lista delle sue fortune. Nel 1933 sposa una modella di Anticoli Corrado, Letizia Pacifici, da cui ebbe due figli. Nel 1936 ritraeva bambina la figlia della marchesa Flaminia Capranica Del Grillo, Angela Cecchi, orfana del critico teatrale Alberto. Il destino volle che fosse questa bambina, diventata donna, il grande amore della sua vita, la sua seconda moglie, e l’ancor viva e lucida custode delle sue memorie. È grazie a lei e a sua figlia Gaia che sono potuta entrare nell’atelier di Andrea Spadini, che oggi è ancora come l’aveva lasciato, e scegliere, ordinare e studiare le opere che costituiscono il nucleo maggiore di questa mostra a lui dedicata.

Adesso parliamo della nostra mostra.

Ci sono circa 80 disegni e 80 sculture, tra marmi e pietre di grandi dimensioni, bronzi, terrecotte, e soprattutto le piccole maioliche smaltate, che costituiscono la parte più numerosa e originale, direi unica, della sua produzione artistica. I disegni sono quasi tutti preparatori per le figure di maiolica, mentre nella galleria di via Monterone sono esposti, insieme alle sculture più antiche, quei disegni giovanili in cui egli è ancora furtivo apprendista del padre.

La mostra è divisa in tre sedi. Perché?

Un luogo solo non sarebbe bastato. Nella Galleria del Laocoonte, come ho già detto, sono esposte le sue opere giovanili, mentre a via Margutta 53b, nella Galleria W. Apolloni, nelle sale create per essere studi di scultura di Palazzo Patrizi, sono esposte le opere più grandi, come il fragilissimo «Lazzarone Napoletano» di terra bianca del 1952, commissionato da Gasparo dal Corso, o il «Cavallo e Cavaliere», del 1964, una grande terracotta degna di Marino Marini. Le maioliche più delicate e i bronzi sono invece nelle vetrine di via del Babuino 136, esposti come i gioielli che sono, così come all’inizio degli anni ’60 erano esposti a New York da Tiffany.

Come ci erano finiti?

Ci finirono grazie al contratto che Andrea Spadini firma con Tiffany nel 1960, al culmine del suo successo americano, il cui trionfo saranno gli animali musicali del popolarissimo orologio di Central Park, di cui sono esposti modelli e bozzetti: la scimmia che batte le ore, la capra che suona il piffero e l’ippopotamo violinista, magnifico trionfo della sua giocosa fantasia. I primi a esporre le maioliche di Andrea Spadini erano stati Irene Brin e Gasparo dal Corso alla Galleria dell’Obelisco, che gli chiedeva obelischi egizi con pulcinella o mori in omaggio al nome della galleria, presentati come opera di un artista misterioso, «Lo Spada». Aveva iniziato per scherzo, facendosi prendere dalle suggestioni che nell’infanzia aveva avuto dalle opere di Bernini, viste col padre. Nasce così un giocoso popolo barocco di sculture da tavola, che incontrarono subito il favore di un pubblico aristocratico e cosmopolita, grazie ai legami che la Brin aveva con le riviste di moda americane. Molto importante fu per lui il conte Lanfranco Rasponi, singolare figura di public relation man nel mondo dell’opera lirica, tra Italia e Stati Uniti, ricchissimo, che aveva come compagna inseparabile una scimmia domestica, ciò che spiega le tante scimmie di Spadini, la serie delle «Scimmie Vanitose», le scimmie che navigano in barche di papiro, le scimmie sugli obelischi… Rasponi aveva aperto una galleria d’arte a New York, la Sagittarius Gallery, dove Andrea espose per la prima volta in America nel 1956. Il successo fu travolgente, videro la mostra Henry Fonda, Lauren Bacall, Douglas Fairbanks jr. Tutti volevano i centrotavola animati di Spadini, pulcinella, cani pechinesi, gatti, elefanti equilibristi, la produzione è sterminata e tanto più sorprendente se pensiamo che ogni figura è un pezzo unico modellato dall’artista. Spadini non usava forme, non riproduceva i propri modelli, ma li variava ogni volta.

Solo stelle del cinema?

No. Antenor Patiño, il boliviano re dello stagno volle mobili di Spadini per la sua villa portoghese; Henkel, il re della chimica tedesco, statue con la personificazione dei quattro elementi per la sua piscina, per non parlare delle sculture di Villa Cicogna a Venezia, fatte in collaborazione con Fabrizio Clerici, o i ritratti al naturale con cigni giganti di Alberto Fabiani e Simonetta Colonna di Cesarò, divi dell’alta moda, di cui è esposto un modellino in ceramica della statua di lei. La committenza di Spadini è un’impressionante campionatura del jet set di prima del ’68, anche se continuò a lavorare anche negli anni seguenti. Il cinema ne faceva parte quanto l’aristocrazia di sangue o del denaro. A questo proposito voglio ricordare anche le muse che Spadini fece per il teatro privato della casa di Alberto Sordi a Roma, di cui sono esposti bozzetti e modelli. Tra le muse, c’è anche quella cinematografica, drappeggiata di pellicole.

Tutto questo mentre l’arte moderna (astratta, pop, concettuale) impazzava. Che senso ha?

Che senso ha, se l’arte moderna ha rivendicato la libertà di sperimentare, negare valore alla più rara delle sperimentazioni, quella di giocare con la tradizione in cui si è stati educati, con lo spirito del luogo in cui si è cresciuti? Essere tradizionale, far rivivere per gioco il Barocco, il Rococò, è stato un modo per Spadini di essere anticonformista.