La luce laica di Dan Flavin

14 opere al neon dello scultore americano

Sono 14 i lavori luminosi di Dan Flavin (1933-96) riuniti, fino al 28 giugno, da Cardi Gallery in una mostra realizzata con il Dan Flavin Estate e accompagnata in catalogo da un testo di Germano Celant. Le opere esposte, realizzate tra la fine degli anni ’60 e i ’90, consentono di seguire il percorso di un artista che lavorava solo con tubi al neon reperibili in commercio e che con essi seppe dar vita a un corpus di opere capaci di mettere in discussione i concetti tradizionali di colore, luce, spazio scultoreo e spazio architettonico. Fu nel 1961 che Flavin, allora guardiano al Museo di Storia Naturale di New York, immaginò di fare arte con i tubi fluorescenti. In quello stesso anno montò i primi esemplari su masonite, poi (come a documenta 4, 1968) li liberò da ogni supporto e prese a «modellare» lo spazio di interi ambienti con la sola luce, trasfigurandoli in una dimensione che (in virtù anche del suo passaggio in seminario) sarebbe troppo facile definire spirituale, trascendente, se non addirittura religiosa. Sarebbe sbagliato, però: lui, infatti, ateo, ripeteva che le sue opere (da lui intitolate «Icon») non erano portatrici di alcun significato simbolico né mistico, ma che ognuna di esse era semplicemente «quello che è, nient’altro». Eppure nel 1996 accettò di lavorare nella Chiesa Rossa di Milano (progettata nel 1933 da Giovanni Muzio) e, grazie alla Fondazione Prada e al Dia Center di New York, la trasformò, servendosi di luci multicolori e ultraviolette. Prima ancora però, nel 1976, era stato il collezionista Giuseppe Panza di Biumo (1923-2010), che da tempo collezionava i suoi lavori, a portarlo in Italia, affidandogli un corridoio (il «Varese Corridor») della sua Villa Menafoglio Litta Panza a Biumo, fuori Varese, oggi di proprietà del Fai-Fondo Ambiente Italiano.

Ada Masoero