Il marine ebanista perfetto

Madrid. Per l’artista nordamericano Horace Clifford Westermann (Los Angeles, 1922 – Danbury, 1981) vivere era sinonimo di fare, costruire, creare e non solo le sculture di legno per cui lo si conosce, ma anche uno spazio proprio, il suo luogo nel mondo. Quest’idea è il filo conduttore di «H.C. Westermann: Volver a casa» (Tornare a casa), la prima retrospettiva europea che il Museo Reina Sofía di Madrid dedica fino al 6 maggio a quest’artista inclassificabile e praticamente sconosciuto al grande pubblico. «Westermann è un artista eccentrico ma coerente, che ha avuto una grande influenza sui suoi coetanei ed è servito da ispirazione per nuovi linguaggi visivi. Se è ancora poco conosciuto la colpa è delle limitazioni dell’arte e del modo in cui si lo comunica», ha assicurato Manuel Borja-Villel, direttore del museo madrileno e curatore della mostra con Beatriz Velázquez. La rassegna, organizzata con la collaborazione di Terra Foundation for American Art, presenta 130 opere realizzate tra 1954 e 1981, anno della sua morte, soprattutto sculture di legno «di ebanisteria perfetta», ma anche incisioni, disegni e pitture. Cronista del suo tempo Westermann ha lasciato un’opera singolare, estranea alle principali correnti dell’epoca come il minimalismo, l’espressionismo astratto o la pop art, che s’interroga su questioni universali come la condizione umana e riflette le grandi preoccupazioni della società americana della metà del 900: la Guerra Fredda, il consumismo e la cultura di massa. L’esposizione percorre l’immaginario di Westermann e rivela la sua traumatica esperienza come marine durante la seconda guerra mondiale, che si riflette nelle «Death ships», le navi della morte: portaerei, barche a vela e mercantili, tutte in rotta verso un destino fatale. La stessa visione critica e disincantata anima anche la serie di litografie «See America First» (Prima conosci l’America), che parodia uno slogan turistico per descrivere la cultura popolare suburbana degli Stati Uniti, i suoi paesaggi mozzafiato e la solitudine delle grandi città in opere astratte, influenzate dal comic e dalla cultura underground. La morte, la creazione incessante e la ricerca del proprio spazio nel mondo si materializzano nei corpi, prima figurine dedicate alla sterilità della vita moderna e poi vere e proprie statue, dai corpi come carcasse incapaci di dare protezione. È la costante ricerca di un rifugio che lo conduce alle case, secondo la curatrice «a volte prigioni, a volte mausolei e molto spesso un luogo inespugnabile che rende difficile la vita». Il percorso termina con i paradossi visivi e materiali dell’ultimo periodo, utensili inservibili convertiti in opere d’arte e con l’opera grafica «Connecticut Ballroom» che plasma spiacevoli presagi di disastri ambientali e desolazione postnucleare.

Roberta Bosco