Diversamente fotografa

I primi passi di Diane Arbus

Fino al 6 maggio la Hayward Gallery ospita «Diane Arbus: in the beginning». In mostra circa cento immagini, fra cui cinquanta stampe vintage mai esposte prima in Europa, che ripercorrono le tappe iniziali della carriera della fotografa americana. Discendente di una ricca famiglia di origini ebraiche, Diane Arbus oggi è considerata una delle autrici più influenti del ventesimo secolo. Come ha spesso sottolineato, l’attrazione per gli emarginati e i diversi è una conseguenza dell’educazione ricevuta e dell’opprimente protezione della famiglia. «Una delle cose per cui sentivo di soffrire da bambina, ha scritto, era che non avevo mai conosciuto l’avversità. Ero prigioniera di un senso di irrealtà. E questa sensazione di immunità era dolorosa». I suoi soggetti principali sono transessuali, prostitute, nudisti e i fenomeni da baraccone che si esibivano a Coney Island e all’Hubert’s Dime Museum di Times Square, luoghi che frequenta a partire dalla metà degli anni ’50 dopo aver visto «Freaks» di Tod Browning. Ritrae anche i cosiddetti «normali», che, tuttavia, sembrano essere più goffi e strani degli stessi freak. Nonostante i suoi primi lavori siano ancora poco conosciuti, si tratta di un periodo molto proficuo: molte delle fotografie che ha stampato in vita, infatti, appartengono proprio agli anni presi in esame. L’arco temporale trattato è delimitato da due date particolarmente significative della sua biografia: il 1956, anno in cui inizia a numerare i rullini utilizzati, allontanandosi dalla fotografia di moda nella quale fino a quel momento si era impegnata al fianco del marito Allan, e il 1962, quando passa dal formato rettangolare della pellicola 35mm a quello quadrato della Rolleiflex. Cambiamento apparentemente secondario che denota, invece, l’entrata nella piena maturità artistica e caratterizza lo stile per cui oggi è riconosciuta. L’esposizione si conclude con dieci scatti realizzati fra il 1970 e il 1971, fra cui alcuni dei più celebri, come il ritratto alle due gemelle identiche, citato da Stanley Kubrick in una scena di «Shining». A dispetto dei possibili cambiamenti individuabili nel corso della sua produzione, da questa selezione emerge l’estrema coerenza di uno sguardo spietato nei confronti della società benpensante dell’epoca, di certo impreparata a essere messa a nudo con così poca indulgenza. Quando, nel 1962, il MoMA di New York espose per la prima volta alcuni suoi ritratti di travestiti e nudisti, provocò lo sdegno violento dei visitatori, a tal punto da costringere il custode a passare ogni mattina a pulire le cornici dagli sputi. Dieci anni dopo, in seguito alla sua tragica scomparsa, l’istituzione newyorkese le dedicò un’ampia retrospettiva, consacrandola definitivamente nell’Olimpo dei grandi artisti del Novecento.

Monica Poggi