L’abito fa il fotografo

Per Charles Fréger vestire è comunicare

È dal 2000 che Charles Fréger (Bourges, Francia, 1975) esplora con i suoi progetti fotografici i significati simbolici dell’abbigliamento, da quello rituale di certe antiche feste, tuttora praticate in diversi Paesi del mondo, all’uso delle maschere, fino ai codici di significato delle divise delle squadre sportive, di alcuni gruppi professionali, delle bande musicali e delle (alte) uniformi militari. Con uno sguardo lucido, da antropologo, ma al tempo stesso singolarmente empatico, tanto da mascherarsi e travestirsi egli stesso per entrare nei propri scatti, Fréger indaga la semantica dell’abbigliamento e il bisogno diffuso dei gruppi umani di riconoscersi in un’appartenenza condivisa. È questa, oltre all’impeccabile qualità formale delle sue immagini, la ragione che ha spinto Giorgio Armani ad aprirgli gli spazi di Armani/Silos: «La vitalità del colore, spiega lo stilista, è ciò che inizialmente ha attirato la mia attenzione sul lavoro di Charles Fréger. Quel colore, tuttavia, non è puro espediente visivo ma una rappresentazione di energia umana. Come stilista di moda so che l’abbigliamento ha un enorme potere simbolico: Fréger ce lo ricorda costantemente, scavando negli aspetti più profondi del vestirsi come modo di comunicare».

Nella mostra «Fabula», visibile fino al 24 marzo e ricca di oltre 250 immagini, scorrono i suoi cicli di lavori realizzati tra il 2000 e il 2016, sin da quello («Water-polo») dedicato ai giocatori di pallanuoto, riconoscibili dalla sola cuffietta bianca. Da questo momento, la sua ricerca assume toni via via più teatrali, passando dalla squadra finlandese di pattinaggio sul ghiaccio ai lottatori di sumo, da soldati e ufficiali di eserciti diversi, fasciati nelle loro uniformi di rappresentanza, agli elefanti bardati e dipinti di Jaipur, fino alle serie, immerse nel paesaggio, sulle maschere rurali giapponesi («Yokanoshima», 2013-15) e «Wilder Mann», avviata nel 2010 e tuttora in progress, anch’essa dedicata a rituali praticati nelle campagne, ma europee. Mascheramenti, travestimenti, uniformi, intesi come manifestazione del bisogno di ognuno di riconoscersi in una comunità di appartenenza: un’urgenza che travalica le culture e si manifesta ovunque, dall’Europa all’Estremo Oriente, dall’America Latina all’India, come espressione di una necessità ancestrale dell’essere umano di difendersi dalle sue paure più profonde attraverso la forza (non solo) simbolica del gruppo.

Ada Masoero