La storia è un film proiettato da un pittore

Luca Pignatelli al Museo Bardini

Firenze. Il Padiglione Italia, così come è apparso nelle ultime edizioni della Biennale di Venezia, ha confermato che per gli artisti del nostro Paese il dialogo con l’arte del passato resta aperto, sia pure in diverse modalità. 

Quella attivata da Luca Pignatelli (Milano, 1962) «è un ripensare che cos’è il tempo rispetto all’immagine, ai quadri. Io credo che oggi sia importante collocare l’immagine al centro di una riflessione sulla memoria». Uno degli elementi che nella sua opera contribuiscono a rendere la memoria una protagonista del presente sono i supporti, desunti da un passato prossimo ancora intriso di vita e adottati come «schermi», ideali griglie su cui si depositano figure e immagini altrimenti condannate al corrosivo consumo puramente visivo: frammenti di sculture antiche, teste classiche con gli occhi spesso chiusi, aerei da guerra che solcano inopinati scenari (in una mostra all’Istituto Centrale per la Grafica di Roma si trattava di gigantografie tratte da incisioni di Piranesi), navi dirette verso misteriosi approdi.

La scelta stessa della fotografia, trattata alla stregua di consunta fotocopia ed elaborata pittoricamente, ma anche, più recentemente, l’uso di tappeti persiani di primo ’900 come «tele», rafforzano questo percorrere un infinito confine tra passato e presente, storia e immaginario, visionarietà e memoria, in un continuo riecheggiare di rimandi e di intrecci temporali.

Non di rado l’artista milanese, figlio d’arte, rappresentato dalla Galleria Poggiali di Firenze, si misura con contesti antichi o densi di storia e di cultura. È il caso, ora, di quel composito palinsesto di oggetti e di epoche (dall’arte romana al Rinascimento, dal Medioevo al Barocco e al Settecento) che è il Museo Stefano Bardini, in una mostra aperta sino al 25 marzo.

Qui si aggiunge un terzo partecipante al predetto «dialogo», vale a dire la presenza fisica di testimonianze artistiche in un museo voluto dal mercante e collezionista fiorentino al quale è intitolato.

Un «discorso», quello tra Pignatelli e il padrone di casa, che si articola per accostamenti e compenetrazioni (un ruolo importante è giocato in mostra dalle splendide cornici e dagli arredi del museo). «Con questa mostra, spiega l’artista, vorrei rispondere alla domanda: cosa sta di fronte a un’immagine? Per me si tratta di un tempo plurale, un montaggio di temporaneità, sfalsate e quindi differenti». Pignatelli, in tal senso, di sottrae allo «scandalo» anacronista dei citazionisti emersi negli anni Ottanta; per altri versi, il suo «stare» di fronte a un’immagine è diverso dall’inversione di ruoli tra modello e pittore attivata da Giulio Paolini con il suo celebre «Giovane che guarda Lorenzo Lotto».

La stessa monumentalità di molte sue opere sembra aspirare a qualcosa di diverso, a un’idea di storia come eterno presente ma non per questo indenne dai segni del tempo, come certi lampi, certi squarci che spezzano, ma solo per un istante, la fluidità del racconto.

Per una volta, appare meno abusato il ricorso alla celebre affermazione di Mahler: «Tradizione è conservare il fuoco, non adorare le ceneri». In catalogo (edizioni Forma) testi del curatore Sergio Risaliti e un’intervista di Pignatelli con Pierluigi Panza.

F.F.