Io non sono un pittore

Niele Toroni 25 x 50

Dal 21 febbraio al 29 aprile la galleria A Arte Invernizzi presenta un nucleo di «Travaux/peinture», i «lavori/pittura» di Niele Toroni (Muralto, Locarno, 1937): così l’artista svizzero denomina i suoi interventi, tutti formati da impronte di pennello numero 50, poste a 30 centimetri l’una dall’altra, con le quali, pur mettendo in atto un gesto squisitamente pittorico, di fatto nega gli statuti stessi della pittura: sono presenti, è vero, il supporto (la tela, la carta, il muro), il pennello, i pigmenti, ma al tempo stesso c’è la deliberata meccanicità di un unico gesto iterato, anonimo e governato da una regola precisa, che detta la larghezza dell’impronta e gl’intervalli tra l’una e l’altra.

Niele Toroni con un suo lavoro a Milano
nel 2011

Era il 3 gennaio 1967 quando Toroni, al Salon de la Jeune Peinture di Parigi, firmava una dichiarazione con i pittori Buren, Mosset e Parmentier che, come ha scritto Giorgio Verzotti, dopo aver elencato «le qualità e le funzioni tradizionalmente attribuite alla pittura, quali l’importanza delle relazioni cromatiche e l’applicazione delle regole compositive, si concludeva con un deciso “Noi non siamo pittori”». È di Verzotti anche il testo che accompagna la mostra milanese, basata sul numero 25: al piano superiore trova posto un’installazione formata da 25 piccole carte, ognuna occupata da un’unica traccia di pennello, disposte lungo l’intero percorso, per guidare visivamente la percezione dello spazio. Insieme, due grandi tele e alcuni interventi su supporti differenti. Al piano inferiore, l’opera «Impronte di pennello n. 50 a intervalli di 30 cm», 1987, con 25 tele quadrate (100 per 100 centimetri ognuna) che riconfigurano lo spazio, scandendolo con i loro ritmi.

Ada Masoero