Dropping, non dripping

Bologna. Massimo Kaufmann (Milano, 1963) nell’ultimo decennio si è concentrato con su un’attenzione quasi spasmodica sul colore o, meglio, su un tessuto coloristico che rilegge in particolare il paesaggio e la scena urbana attraverso la «lente» astratta. Lo si osserva anche nella mostra «Mille fiate», visibile fino al 3 marzo nel vestibolo della Cappella Farnese e alle Collezioni comunali d’arte di Palazzo d’Accursio per la cura di Giusi Affronti, con sei oli su tela di grande formato allestiti nelle storiche sale come un’unica quinta teatrale. L’allestimento fornisce alla rassegna un ulteriore elemento, dettato dalla scelta di ordinare i dipinti mostrando la tela nuda in modo tale che velature, trasparenze, profondità, stratificazioni e trame risaltino maggiormente anche in dialogo con le otto scene di storia di Bologna affrescate nel Seicento da un esponente della bottega di Carlo Cignani. La pittura di Kaufmann nasce dal «dropping», ossia la colatura goccia dopo goccia del colore sulla tela. In questo modo, attraverso lente sovrapposizioni di velature, l’artista riesce a esplorare la trasparenza in tutte le sue gradazioni e variazioni. Le sperimentazioni evidenti nei suoi dittici, trittici e polittici sono leggibili soprattutto nella timbrica del colore piuttosto che nella narrazione, quasi del tutto assente. Nella foto, «Clinamen, parte II» (2013).

S.L.